RECENSIONE LOVE THE DARKNESS DI NICOLE TESO


Titolo: Loving the darkness
Autore: Nicole Teso
Genere: Dark Romance
Prezzo ebook: 2.99 | Prezzo cartaceo: 14,00 Data di pubblicazione: 28 Settembre
AVVERTENZE: Il romanzo contiene scene esplicite destinate a un pubblico adulto.


SINOSSI:
“È finita. Sto scappando… Finalmente, il mio rapitore non mi farà più del male”. È questo che penso mentre corro tra le vie di Las Vegas.
Sono libera, ma voglio vendetta. Non riesco a smettere di pensare a Jake, all’uomo che mi ha tolto tutto, al carnefice che ha tormentato le mie notti.
La libertà ha un prezzo. Il mio è essermi innamorata dell’uomo sbagliato.

“Ti troverò, Angelo. Anche a costo di impazzire”. È questo ciò che penso mentre sfreccio tra le vie di Las Vegas, ossessionato dalla donna che mi ha rubato il cuore.
Ho lottato contro i miei sentimenti, li ho calpestati nella speranza che morissero, li ho ignorati come se fossero insignificanti.
Ma ora voglio te, Brittany. Ti voglio come l’aria che respiro. E che la mia anima sia dannata, farò di tutto per raggiungerti.

Eccomi peccatrici… Questa recensione sarà veramente sentita… Solo una parola! Irresistibile! Ho aspettato questo romanzo tanto, tanto tempo e dico che non ha assolutamente deluso le mie aspettative! Abbiamo chiuso il secondo volume, Love the angel, con Brittany finalmente libera e desiderosa di vendetta. Purtroppo il suo tormento, non è finito e la sua fuga è stata vana. Si troverà rinchiusa in un’altra prigione, ma stavolta i suoi carnefici sono maligni, desiderano solo la sua morte. A nulla serviranno le urla, le ribellioni, la tenacia… la sua corazza è pronta a crollare, quando il colpo di scena arriva forte e chiaro. L’unica persona che la salverà, sarà proprio colui che l’ha messa in questa situazione, Jake sarà il suo porto sicuro. Il cuore gli dice stai, la ragione urla scappa! La sua guerra interiore sarà tormentata, ma quella di Jake sarà la distruzione, la distruzione di sé stesso. Due personaggi talmente tanto diversi, ma che si attraggono come due calamite, si amano, ogni loro sguardo è come il cioccolato fuso, irresistibile. Ovviamente avete tanto da scoprire, da leggere, perché i colpi di scena sono tanti, le lacrime saranno tante, i dubbi, la rabbia un mix di emozioni che cozzano una contro l’altra! Che dire… Io vi straconsiglio di leggere questa trilogia, per stomaci forti ovviamente e per potervi innamorare anche voi di Jake e Brittany!
Baci, baci Lisa.

Questa poesia non poteva mancare!

La pioggia che da lontano sento arrivare,
è il canto di un amore disperato.
Le lacrime che non riesco a tenere,
il sonno che mi copre l’amore che vorrei abbracciare.
Mi sento quasi lo specchio della tua vita,
quando ogni cosa che mi circonda pare fiorita,
quando il tuo odio si trasforma in amore
e la paura del presente mi si cancella dal volto.
Mi accorgo di essere scoppiato.
Sì, scoppiato, ma vivo.
E in questi giorni, in questi maledetti giorni,
nessuno potrebbe togliermi di dosso la voglia di vivere
perché dentro di me ho qualcosa,
un qualcosa di grande e di semplice.
Un qualcosa che si chiama amore.
Poesia di Renzo Teso,
il mio papà.

Mi chiamo Brittany Moore e sono evasa da un ospedale psichiatrico la notte del ventisette aprile del duemiladiciotto, mano nella mano con Abbie, una paziente del St. Jaime.
Sono trascorse un paio d’ore dal momento della fuga e l’eco delle sirene risuona da un vicolo all’altro della città. Ho paura della mia stessa ombra, mentre seguo la mia complice verso l’ignoto. Ciocche dorate le sfuggono dal cappuccio della felpa. È vestita di nero, lo stesso colore dei capelli di Flick, l’inserviente che ci ha aiutate a scappare.
Mi fido di lei? No. Forse no. È un’ancora a cui mi aggrappo nella speranza che il destino – almeno per una volta – sia dalla mia parte.
Le gambe tremanti, i respiri affannati, i battiti concitati… Niente è in grado di arrestare il movimento meccanico dei corpi che avanzano nell’oscurità.
Correre. È questo l’importante.
In lontananza, osservo il crepuscolo. Il cielo è ancora buio, scuro come gli occhi che mi infettano la mente. Voglio vendetta. La rabbia polverizza la razionalità.
Abbie si ferma a un bivio e io le cozzo contro la schiena. È rigida, tesa come la corda di un violino. Le occhiaie spiccano sugli occhi ridotti a due fessure. A destra, la via si snoda nell’oscurità. Davanti a noi, le macchine vanno e vengono, affollando una delle strade principali. Suppongo che lei stia vagliando le nostre alternative. È facile, in realtà. Siamo due fuggitive con un piede nella fossa: le nostre probabilità di riuscire a metterci in salvo sono pressoché nulle.
«Autobus…», mormora indicando con l’indice la segnaletica di una fermata.

«Come sarebbe a dire, scappata?».
«N-noi n-n-non lo s-sappiamo», balbetta il Dottor Campbell.
Con un pugno colpisco la scrivania e la faccio crepare proprio al centro. Le mani tremano, le nocche sanguinano. «Dove cazzo è andata?».
«N-non ne abbiamo idea».
La rabbia mi gonfia le vene del collo. Sono bollenti quanto il sole: quindici milioni di gradi Kelvin che fremono dentro di me. Mi scaglio contro qualsiasi cosa. Prima l’appendiabiti a fianco alla scrivania; poi contro le sedie, che lancio in direzione della porta. Una parola di troppo e potrei uccidere questo fallito.
«Non ho idea di come possa essere successo».
Non me ne frega un cazzo di come sia successo. L’unica cosa che conta è che tu non sei qui, Brittany.
«Me la deve riportare. Ha capito?».
Il dottore trema prima di annuire.
«Jake…». Alle mie spalle, Jason mi ammonisce.
«Non intrometterti», lo aggredisco.
Nell’istante in cui mi volto, lui mi incenerisce con lo sguardo. A giudicare dalla zaffata d’alcool proveniente dalla sua bocca, devo averlo interrotto nel bel mezzo di una festa. Ecco perché è così nervoso.
«Mi ascolti bene, Liam», sbotto avventandomi contro il dottore e afferrandogli il colletto della camicia. «Sarà lei a scontare la pena se Brittany non dovesse tornare. Sono stato abbastanza chiaro?».
Sta soffocando, perciò si limita ad annuire, rosso in volto. Quando chiude gli occhi e inizia a scalciare come un maiale in fin di vita, Jason mi afferra l’avambraccio e mi trascina fuori dallo studio. Lasciamo la stanza, accompagnati dai versi strozzati di Campbell che tenta di riprendere fiato.
«Si può sapere che ti prende? Se continui a comportarti in questo modo, sarai tu a finire qui dentro». Il mio socio solleva un sopracciglio e incrocia le braccia al petto, in attesa di sentire una spiegazione plausibile.
«Brittany manderà tutto a rotoli», rispondo cercando di sembrare convincente. Anche se non è questa la verità.
«È già tutto a puttane!», replica Jason, reggendosi la testa. Con la sua opinione mi ci pulisco il culo!

Il profumo di vetiver mi solletica le narici ancor prima che una mano si posi sulla mia spalla, facendomi riemergere dai pensieri nostalgici.
È il momento.
È la fine della corsa, quando il treno raggiunge la stazione e i passeggeri si incamminano verso la propria destinazione.
«Dove credi di andare, Brittany?». Il sussurro è roco, eccitato. Bastano sei parole per farmi stringere lo stomaco e rianimarlo di paure. «Non hai una casa, né un soldo», mi schernisce.
Sfidami, Jake.
Sfidami e conoscerai la parte peggiore di me.
«Preferirei vivere sotto a un ponte, che tornare in quella gabbia di matti!».
Le persone sedute a fianco a me ci ignorano. Con un movimento lento e pericoloso, Jake percorre la mia spina dorsale con il polpastrello e raggiunge il collo. Le dita bollenti reclamano il loro possesso su di me.
«Fermo», strillo.
«Urla ancora e sarà l’ultima cosa che farai».
«Credi davvero che arrivata a questo punto mi spaventino le tue minacce?».
La presa si fa più ferrea; il respiro sul mio collo più intimidatorio. Il suo corpo si anima di bramosia. La mia imprudenza non fa altro che aumentare la sua eccitazione.
«Credo che tu stia oltrepassando il limite, Angelo».
«E quale sarebbe il limite per te, Jake?».
Posso affrontarlo. Le barriere che ho eretto intorno alla mente sono più forti della sua perseveranza, perciò lo faccio: mi volto e gli sputo addosso l’odio che provo per lui.
«Tu. Sei tu il mio limite».
«Allora perché non mi lasci andare?». Jake mi rivolge un sorriso compiaciuto. «Puoi liberarti di me oggi stesso, Brittany. Non mi vedrai mai più. Scomparirò per sempre. In poco tempo ti dimenticherai il mio nome, il modo in cui il corpo vibra quando ti sono vicino, il tremore delle ginocchia nonostante tu sia seduta comoda e al sicuro… Qualsiasi interazione tu abbia avuto con me».
Jake lascia cadere le braccia lungo i fianchi. Per la prima volta guardo i disegni dipinti sulla sua pelle. La prima cosa su cui mi concentro è un ragazzino di spalle che corre su una scalinata. Le ombreggiature realizzate intorno alla sagoma sono realistiche, tanto che mi sembra di vederlo correre sul serio, allegro e spensierato. La meta è un orologio a pendolo. Segna le tre e mezza del mattino. Che significato ha? Rappresenta un momento felice della sua vita? I dubbi svaniscono quando ai piedi della scala vedo un uomo che stringe un coltello tra le mani. Dalla lama, gocce di sangue scarlatto piovono sulle scarpe eleganti.
Un brivido mi fa accapponare la pelle mentre le parole di Lacey si fanno strada tra i ricordi. Sembra passata un’eternità dal momento in cui me ne stavo rannicchiata in un angolo buio, ad aspettare che la porta si aprisse e qualcuno arrivasse a soccorrermi.
«Non voglio giustificare le sue azioni, Brittany, ma è Tom che lo ha reso così. C’è stato un tempo in cui aveva un cuore…».

«Aiuto», supplico. Dalla gola esce poco più di un sussurro. Il panico è incontrollabile. Le gambe flaccide sotto al mio peso. Voglio uscire di qui.
Mi alzo, mi tolgo una scarpa e cerco di schiacciare gli insetti. Le imposte dell’unica finestra presente sono sbarrate da due assi di legno. Mi ci fiondo, supplicando pietà e grattando con le unghie fino a raschiarle. Le schegge si conficcano nei polpastrelli. Devo andarmene subito. Il dolore fisico è irrilevante, se paragonato al terrore che mi sta divorando.
L’unica speranza è riposta nella porta. Sbatto i pugni contro lo stipite. Colpisco, colpisco e colpisco ancora…
«Qualcuno mi aiuti». È inutile, lo so. Urlare, però, mi fa sentire meno sola. «Aiuto, vi prego».
È a questo punto che sento dei passi provenire da dietro di essa. Lo stomaco si chiude come un riccio che sfodera gli aculei in stato di allerta.
Inevitabilmente, penso a Jake. Jake, il mostro. Jake, il rapitore. Jake con i suoi occhi freddi e inespressivi. Jake e la sua confessione dietro a una tenda. Jake che implora una seconda possibilità. Jake, l’uomo tormentato dal proprio passato che si abbandona al sapore di un bacio rubato, tra desiderio e rancore…
Oddio, Jake. Dove sei?
Cerco di accarezzarmi le spalle, di scacciare i brividi, mentre torno in quell’auto, all’ultima immagine del mio carnefice a testa in giù, con il viso cinereo e il sangue che gli colava lungo una guancia. Che sia ancora vivo? Non può essere morto. Tra noi due non può finire così…
Il tintinnio della chiave nella serratura mi fa indietreggiare spaventata. Ci risiamo. Sono in un nuovo incubo. In una nuova trappola. Sarò abbastanza forte da superare anche questo?
«La mezza morta è rinvenuta!». Eccolo, l’agente Martin. Si staglia sullo sfondo con aria autorevole. La mia attenzione è concentrata su di lui; solo una piccola parte lavora assiduamente per cercare una via di fuga. «Ci rivediamo, Brittany».
L’uomo aspetta che io risponda. Invece mi limito a fissarlo. Ha la pelle terrea, i capelli biondi e ondulati che gli conferiscono l’aspetto di un ribelle, e profondi occhi neri. Il genere di occhi che risucchiano la linfa vitale e ti consumano. Conosco molto bene questo genere di sguardo: è subdolo; per questo mi limito a esaminarlo, prima di interagire con lui.
Dal corridoio capto il fruscio di una sedia strascicata sul pavimento. C’è qualcun altro qui.
«Impazzisco per i soprannomi. Per te ho scelto mezza morta, ma devo ammettere che anche schizofrenica ti dona!». È strano! Non sembra la stessa persona con cui ho avuto a che fare in ospedale. Quest’uomo è strafottente e autoritario.
Mi siedo sul letto in stato di allerta. A lui, però, dimostro tutt’altro. Cerco di stare calma, di respirare.
«Dove sono? E cosa vuoi da me?», chiedo rassegnata.
«Penso sia chiaro».
«Dov’è il tuo distintivo?».
«Quale distintivo?». Soffia verso l’alto per spostarsi il ciuffo dagli occhi. «Ah, sì! Ti riferisci a quell’inutile pezzo di metallo che convince i creduloni. Hai ragione! Fa miracoli!». Il suo accento è forte, la parlata boriosa e piena di sé.
«Chi sei tu?».
È un altro uomo a rispondere alla domanda. Appena sento la sua voce, mi alzo di scatto e la terra si squarcia sotto ai piedi.
«La vendetta è un piatto che va gustato lentamente, Brittany».

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