Due chiacchiere col protagonista DENISE

Intervista a Denise, protagonista di È solo sesso e Denise- il mondo non mi serve, di Sarah S. Autrice. La nostra paladina si è messa a nudo in due chiacchiere al femminile. Buona lettura.

Di Claudia Brigida Speggiorin

1.Ciao Denise, tu sei la protagonista di due romanzi erotici: È solo sesso e Denise- il mondo non mi serve. Prima di entrare nel vivo dell’ intervista, raccontaci un po’ di te…

Ciao Claudia, non sai che bello poter parlare liberamente! Beh ora sono una donna felice, che sa quel che vuole e consapevole della propria forza, ma non è sempre stato così.

Ero la classica mogliettina felice della propria vuota felicità come una tigre nata in cattività che in apparenza ha a portata di mano tutto ciò che le serve, poi improvvisamente qualcuno apre il recinto e la tigre si accorge che tutto quello che ha conosciuto fino a quel momento non è altro che una placida, vuota e soporifera bugia. Voi che avreste fatto? Avreste varcato il cancello o lo avreste richiuso accontentandovi della vuota ma rassicurante menzogna?

  1. Eh, la risposta parrebbe scontata, poi ci si scontra con la vita di tutti i giorni e il più delle volte rimaniamo in gabbia per la paura di ritrovarci liberi ma soli. Tu in questo sei stata una paladina… Hai varcato il cancello e…

Ho varcato il cancello e ho dovuto fare i conti con il senso di colpa, con la vertigine e lo smarrimento del ritrovarsi sconosciuti a se stessi, con la diffidenza che ti si appiccica addosso e che ti fa dubitare di tutto, soprattutto di te stesso. È un continuo rimbalzare fra la frenesia e la spregiudicata voglia di pigiare l’acceleratore al massimo per vedere che velocità si riesce a raggiungere, e la paura di sfracellarsi irrimediabilmente contro il guardrail.

  1. È questa lotta interiore a piacermi di te, questo tuo cedere alla voglia tra un impulso e un rimorso, fino a giungere al nocciolo della questione che è ben più ampio, un gioco molto più perverso della tua relazione extraconiugale. Cosa pensi oggi del tradimento?

Penso che il tradimento abbia un significato ben più ampio delle capriole fra le lenzuola. È una mancanza di fiducia e di rispetto che inquina il quotidiano fino a logorare un rapporto irrimediabilmente. Sono i sotterfugi, le manipolazioni, le ritorsioni, le pretese, le violenze fisiche e verbali, e il sentirsi in diritto di poter prevaricare l’altro in qualunque modo possibile.

  1. Sono pienamente d’accordo. E quando per te una donna tradisce se stessa?

Ogni volta che ignora i propri desideri e i propri bisogni, e non intendo solo quelli fisici. E tradisce se stessa ogni volta che si fa da parte e si annulla per assecondare le esigenze di qualcun altro. Fin da piccoline le femminucce vengono educate a servire la famiglia, a essere utili per qualcuno, cosa che spesso ai maschietti non viene richiesta. E questo servilismo s’insinua nel profondo dell’anima fino a diventarne parte integrante e dissolvendo il confine del proprio essere, finché ci si ritrova a credere che il proprio scopo sia accudire, servire e riverire, trascurando se stesse per bisogni che vengono ritenuti più grandi. In realtà così facendo ogni donna non solo si tradisce, ma smarrisce se stessa vanificando ogni tentativo di trovare la felicità. Siamo spesso prigioniere di un subdolo meccanismo che ci porta a credere che se gli altri sono felici e contenti, allora di riflesso lo saremo anche noi, in realtà non c’è niente di più sbagliato. L’unica felicità possibile è rimanere fedeli a se stessi e accettarsi per quel che si è, e ve lo dico con cognizione di causa! Ho sperimentato sulla mia pelle cosa vuol dire ignorare se stessi e cercare di adeguarsi all’idea che gli altri hanno di noi e vi assicuro che è una pessima idea. È come indossare un orribile vestito solo perché chi ci sta accanto sostiene che ci calza a pennello quando invece lo specchio rivela il contrario.

  1. Andiamo proprio d’accordo. Che rapporto hai con la tua autrice? Riesci sempre a farti ascoltare da lei o qualche volta ti mette il bastone tra le ruote?

Sarah si diverte a combinarmene di tutti i colori e a complicarmi la vita. Quando scrive entra in una specie di delirio di onnipotenza e crede di potermi manovrare come una marionetta, ma ormai la conosco e so sempre come ottenere da lei quello che voglio.

  1. Denise, come personaggio di due romanzi erotici, cosa pensi delle donne quando puntano il dito contro le scelte di altre donne?

Penso che dovrebbero farsi gli affari loro poiché solo chi si è trovato nella medesima situazione può permettersi di dire la sua, e anche in quel caso me ne guarderei bene dal legittimare un brandello di giudizio. Le donne dovrebbero smettere di farsi la guerra a vicenda e essere più coese, la vita di una donna è già di per sé complicata! Ma spesso ci si fa prendere la mano dalla voglia di primeggiare, dalla frenesia di dimostrare che si è meglio degli altri. È l’insicurezza che spesso ci guida e ci trascina in vortici di negatività e cattiveria gratuita perché temiamo per la tenuta del nostro orticello, del nostro piccolo mondo fatto di instabili equilibri e profonde paure. Invece noi donne dovremmo essere fiere di essere tali! Siamo forti, combattive e nonostante le nostre insicurezze e le nostre fragilità, siamo in grado di andare avanti e di lottare con le unghie e con i denti per le cose in cui crediamo. W le donne!

  1. E per concludere, ci spieghi il tuo motto ” il mondo non mi serve?”

Siamo ossessionati dal volere sempre tutto, dal volerci accaparrare ogni cosa come se solo l’avere fosse la chiave per la felicità e così continuiamo ad accumulare, ad arraffare cose ed emozioni collezionandole come premi e medaglie da mostrare con vanto a chi ci sta intorno, ma per quanto si ottenga non si è mai contenti. Siamo pozzi senza fondo, destinati all’eterna infelicità, incapaci di lenire le nostre inquietudini finché ci rendiamo conto di aver sbagliato tutto, ed è stato così anche per me. Solo quando ho compreso che “il mondo non mi serve”, infatti, sono riuscita a ottenere tutto.

…Grazie Denise, è stato un piacere chiacchierare con te.

Da Claudia Brigida Speggiorin è tutto e… Al prossimo personaggio.

Due chiacchiere col protagonista DAVID DRAGONETTI

Intervista a David Dragonetti, protagonista maschile del romanzo Mia di Cristina Rotoloni.

David Dragonetti non è affatto un uomo semplice. Non è la sua ricchezza a renderlo particolare, ma i suoi segreti e la sua sete di vendetta. È ossessionato da Sara, una fotografa conosciuta per i corridoi di un ospedale mentre lei inseguiva Fabrizio: un tossicodipendente. Il loro è molto di più di un incontro casuale e il passato che unisce David a Fabrizio trascinerà Sara in una realtà che avrebbe volentieri evitato. David è un demone che vuole farla bruciare nel suo inferno. Perché proprio lei? Le risposte sono nascoste nei suoi segreti. Riuscirà Sara a salvarsi da una vita che non ha scelto e che inesorabilmente la trascinerà verso il baratro e la sua dannazione?

Proviamo a scoprire qualcosa di più dal personaggio…

  1. Ciao David, piacere sono Claudia. Posso intervistarti per Peccatrici Librose? Mi mandano Thammy, la dolce Lisa e la tua autrice…

Claudia. Piacere. Ho visto adesso il messaggio di Cris. Credo di non potermi esimere. Di cosa dovremmo parlare? Non sono una persona che ama le interviste.

  1. Innanzitutto grazie per aver accettato. Mi piacerebbe conoscerti un po’ di più come personaggio. Sei di sicuro ombroso e schivo, come hai fatto a farti scoprire e accettare dalla tua autrice?

Non sai molto di me, vero? Io sono e basta. Lei non ha scelta.

  1. Essere è già una buona cosa, più che avere. Ma… Col volere? Cosa vuoi dalla vita, cosa ti prendi?

Cosa voglio e cosa prendo dalla vita? Una donna! Può sembrare scontato, ma non lo è quando lei è la vita stessa e ti viene preclusa. Sara è sulla mia pelle, nella mia anima. Lei è il mio DNA. Il vaccino che districa il cancro che si mangia la struttura della mia esistenza.

  1. La presenza di Sara sembra riempire un vuoto esistenziale. Vivi questa relazione come una necessità, un bisogno. Cosa ti dà Sarà che a te manca?

E’ quello che potrebbe sembrare, ma non è così. E’ più complicato, è più contorto. Noi siamo l’uno l’essenza dell’altra. Entrambi esistiamo perché esiste l’altro. Possiamo vivere senza stare insieme, facendo altri percorsi, altre scelte,  poiché quello che ci unisce è così intenso che siamo disposti a rinunciare a noi per rendere felice l’altro o l’altra. Ma perché essere distanti quando entrambi ci cerchiamo disperatamente?

  1. Di sicuro un grande amore, che rinuncia al possesso. Come ti ha trasformato l’incontro con Sara?

Lei mi ha reso forte contro i miei demoni interiori, ma è anche la causa delle mie ombre, non sempre facili da dominare.

  1. Quali sono i demoni che ti ha aiutato a contrastare e quali ombre si profilano alle tue spalle davanti alla sua luce e come riesci a gestirle nel rapporto con lei?

Sara è stata l’incontro più bello della mia vita. Non è stato molto consono, però il suo sapore e i suoi occhi sono indimenticabili. Ho subito capito quanto fosse pericolosa per me. Ho subito sentito quanto ne provassi il bisogno. Ci siamo incontrati in ospedale. Inseguiva quel folle di mio fratello.  È stato lui a portarla da me. Era spaventata, ogni parte di lei emanava questo sentimento, eppure mi teneva testa, mi sfidava con quegli occhi così profondi, facendomi irritare. Questo è successo adesso, ma la verità è che la conoscevo da molto prima. Il mio corpo, il mio cuore e la mia anima l’avevano riconosciuta, ma non la mia razionalità che rifiutava le mie percezioni. La prima volta che l’ho vista era un’adolescente. Ero in vacanza con i miei in un paese dell’Abruzzo sperduto tra le montagne. Era così innocente e coraggiosa. Aveva un umorismo assurdo, però, mi rendeva felice la sua freschezza. Forse questa è la parola fondamentale. Lei mi rendeva felice, un sentimento che ho perso negli anni.

  1. Vi siete quindi ritrovati attraverso una coincidenza di eventi o sincronicità. E lei come ha reagito all’ incontro, ti ha riconosciuto o anche lei si è difesa dal suo sentire? Come mai era spaventata e con tuo fratello all’ ospedale?

Lei non mi ha riconosciuto. Era spaventata perché mi ha incontrato in una condizione non normale. D’altronde inseguiva un drogato in un ospedale, cosa poteva aspettarsi?

  1. Chi è David Dragonetti?

Un imprenditore che ama l’arte. Investo i miei soldi per far funzionare la mia azienda, ma soprattutto per avere quella forza economica che mi permetta di raggiungere i miei obiettivi: uccidere un uomo e salvare mio fratello. É per questo che ho fatto sì che Sara fosse fuori dalla mia vita. Non volevo che entrasse in questa realtà e che ne fosse coinvolta. Peccato che ho fallito anche in questo.

10.Tentavi di proteggerla dalla tua parte oscura, con cui stavi salvando tuo fratello. Amore e vendetta come due facce della stessa medaglia. Come sei riuscito a conciliarli dentro di te?

Vorrei darti una risposta ben dettagliata, ma non mi è possibile. È stato inconscio. Un meccanismo dell’animo che ha trovato il modo di non distruggere ulteriormente qualcosa che già era a pezzi. Forse è stato il mio istinto di sopravvivenza che ha trovato un difficile equilibrio in quella condizione sempre in bilico. Io non ho salvato Sara da me stesso, è lei che mi ha salvato. Anche la mia furia più cieca affievoliva in sua presenza.  Il perché, non lo so.  Succedeva e basta.

  1. Credi al destino? E se sì, che cos’è per te?

Credo che ognuno di noi sia destinato a morire e che quindi il nostro percorso ci conduca a questo. Come arrivarci penso dipenda da noi, dalle scelte che facciamo e dai percorsi che decidiamo di intraprendere a ogni bivio.

E, per concludere, vuoi lasciarci un motto o una frase che riassuma il tuo modo di vivere?

Quello che è mio, è mio! Nessuno può toccarlo. Neanche l’inferno mi impedirà di proteggerlo.

Grazie David per la tua disponibilità.

Da Claudia Brigida per le Peccatrici è tutto. Al prossimo personaggio.

RUBRICA: Due chiacchiere col protagonista

Salve miei peccatori. Stasera sono strafelice di presentarvi la nostra nuova rubrica e si! Si chiamerà “Due chiacchiere col protagonista” .

Si tratterà di una intervista, molto “informale”,una vera e propria chiacchierata con il protagonista di un romanzo.

Di volta in volta differente, In base al personaggio, alla piega che prenderà la chiacchierata, ne verrà fuori qualcosa di diverso e unico.

Apriamo questo nuovo angolo libroso con la nostra peccatrice più dolce: Claudia Speggiorin che ha intervistato per noi Michele Sabella, protagonista del romanzo
IL KAMIKAZE DI CELLOPHANE di Ferdinando Salamino .
Vi lascio in loro compagnia e vi do appuntamento alla prossima.
Un baciotto dalla vostra Thammy.

Un noir psicologico che accompagna il lettore al confine tra bene e male, vendetta e perdono, allucinazione e realtà. Cosa può trasformare un ragazzino mite e amante dei libri in un assassino implacabile? Cresciuto all’ombra di un padre violento, umiliato dai compagni di scuola e rinchiuso per quasi tre anni in un ospedale psichiatrico, Michele Sabella è sopravvissuto aggrappandosi all’amore per Elena, una paziente anoressica conosciuta in istituto. Quando Elena tenta il suicidio, Michele decide di dare la caccia al carnefice silenzioso che la sta trascinando oltre i confini della follia. Per farlo, dovrà liberare i propri “demoni di cellophane” e abbandonarsi alla violenza dalla quale era sempre fuggito. Se nessuno può essere assolto, ha davvero senso condannare?

 

 

 

Intervista a Michele Sabella, protagonista di ” Il Kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino.
a cura di Claudia Brigida Speggiorin.

  • Ciao Michele, grazie per aver accettato di farti intervistare. Sei il personaggio di una storia inedita che è stata da poco pubblicata. Come definisci il processo che ti ha portato ad avere diritto di cittadinanza tra le righe non ancora scritte del tuo autore?
  • Sono nato quasi dieci anni fa, con una sola frase: “Il Kamikaze di Cellophane”. Nemmeno il mio creatore sapeva cosa sarei diventato, aveva un’idea vaga. All’inizio, avrei dovuto essere il prologo di qualcos’altro, una storia un po’ politica di complotti internazionali. Per fortuna, al mio creatore è venuto il blocco dello scrittore e gli è durato per quasi otto anni. Nel frattempo, io mi facevo un po’ di spazio, sussurravo cose, luoghi, azioni. Quando si è svegliato dal letargo, io ero già lì che lo aspettavo. Ci ha messo quasi un decennio a dimenticarmi e meno di un anno a mettermi sulla carta.

 

  • Eh, Michele, questo è anche un problema attuale, la fatica ad accettare l’ Altro. Tutti noi esseri umani ce l’ abbiamo. Poi tu sei un personaggio scomodo: ti tagli, senti le voci, hai i demoni dentro di te… hai trovato una metafora per parlare al tuo creatore in questi dieci anni… Kamikaze di cellophane… vuoi dirci cosa vuol dire per te quest’immagine con cui ti sei presentato?
  • Tu che mi conosci sai che, quando non sono impegnato a tagliare me stesso o qualcun altro, amo tantissimo leggere. Il Kamikaze, quello che ci ha consegnato la Storia, è una figura bifronte, della quale di solito si mette in evidenza la natura distruttiva. Nessuno, se lo guardiamo da un certo angolo, è più nichilista di un Kamikaze. L’annientamento di sé, la cancellazione del nemico, tutto in un’unica fiammata purificatrice. Ma perché un essere umano dovrebbe arrivare a una tale risoluzione? Perché il Kamikaze si schianta contro la portaerei? La risposta è una sola, è il lato meno esplorato, ma anche il più autentico: l’amore. Il Kamikaze distrugge, e si distrugge, perché ama. Sente di appartenere a qualcosa di più grande di se stesso e desidera proteggerlo a qualsiasi costo. Il cellophane… beh, come descrivere una pellicola invisibile che ti protegge e ti soffoca allo stesso tempo? Io sono vissuto dentro al cellophane, credo che ogni taglio che mi sono inflitto, negli anni, fosse un tentativo di squarciare questo velo mortifero

 

  • E proprio perché ti conosco, ti ho sempre detto che soffri e fai soffrire, ti schianti contro l’ amore, eppure ciò che crolla nella tua storia, capitolo dopo capitolo, sono le apparenze e rimane salvo il vero. Ti va di darci la tua opinione rispetto all’ ambivalenza di chi ha giudicato te cuore diviso?
  • Abbiamo bisogno di giudicare. Giudicare significa tracciare un confine, tra “noi” e “loro”, tra i “normali” e i “pazzi”, tra “brava gente” e “criminali”. Giudicare è il modo in cui ci difendiamo dalle domande cui non siamo pronti a rispondere. Definirmi schizofrenico, ovvero “cuore diviso”, era senza dubbio più semplice che chiedersi cosa stesse succedendo a casa mia.

 

  • Ypsilon, tuo padre. Dal prologo all’ epilogo cambia molto il rapporto con lui. Durante la tua storia incontri altri uomini importanti: Fleni – il tuo psicologo, Crociani – il direttore della struttura psichiatrica, Franki- il tuo allenatore di pugilato, Giulio- il padre di Elena. Quali passi hai compiuto, attraverso di loro, per diventare uomo?
  • Credo che ogni persona che incontriamo, nella nostra vita, sia uno specchio. Nel rapportarci con l’altro, entriamo in contatto con noi stessi. Spesso aggrediamo nel nostro prossimo ciò che ci disgusta di noi. Io l’ho fatto, ho combattuto la codardia, l’ignavia, la meschinità, perché cercavo di strapparmele dal cuore. Sono grato a tutte queste persone, in qualche modo la collisione con loro mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi, nel bene e nel male.

 

  • È proprio vero, ma non è mica così scontato rendersene conto. Il più delle volte lo rinneghiamo in noi per poi giudicarlo nell’ altro. Ma è vero anche il contrario. A volte mettiamo sull’ altro aspetti meravigliosi che non riconosciamo di avere. La tua storia con Elena è densa di sentimenti tormentati, che si scontrano spesso con delusione e idealizzazione, eppure è un amore tanto grande, pregnante, vivo seppur continuamente a confronto con la morte. Cosa rappresenta, per te, Elena? Come descrivi il sentimento che provi per lei?
  • Ci penso spesso ultimamente. Credo sia amore, almeno in parte, ma anche qualcos’altro. Io ho un veleno dentro, qualcosa che mi annienta a poco a poco. Lo chiamo “irrilevanza”, questa cupa sensazione di evanescenza, come se non fossi destinato a nulla e non appartenessi a nessuno. Tutti abbiamo bisogno di sentire che lasciamo una traccia, altrimenti non esisterebbero i funerali e le lapidi. Servono a contrastare il nostro senso di irrilevanza. Ecco, in me è talmente forte che a volte ci sono annegato dentro, ci sono quasi morto. Elena è il mio antidoto. Se lei vive, se può ancora guardarmi, allora esisto.

 

  • E il rapporto con tua madre? Cosa ci dici oggi di quell’ amore?
  • Mia madre è stata una persona mediocre, piena di difetti, schiava di pregiudizi soprattutto nei confronti di se stessa. Eppure, credo di averla amata con ogni fibra dell’essere. Forse ci leghiamo alle persone per i loro vuoti, per sentire che possiamo colmarli con la presenza. Il mio amore per lei è cresciuto in questo modo, presenze alla caccia di vuoti da riempire.

 

  • Che in parte è anche l’ amore che ti ha portato verso Elena. Un istinto che si fa intuito tra le pagine per colmare il vuoto che la sta divorando, per salvarla. Un sentire che si confonde tra le voci, che si smarrisce tra gli indizi, risucchiato dai demoni di cellophane. Eppure, a un certo punto la figura è completa. Come ti sei sentito in quel momento, quando hai collegato gli eventi che per noi erano ancora punti isolati?
  • Ci sono diversi problemi quando uno come me ha un’intuizione. Il primo, il più spaventoso, è che quando hai trascorso parte della tua esistenza sentendo voci che non esistono, dubiti sempre. Dubiti di ciò che credi di sapere, dubiti persino di ciò che desideri. Voglio davvero fare la cosa giusta? O sto solo cercando un pretesto per sfogare la rabbia che mi consuma? Uno come me non può mai fidarsi, ha un nemico dentro, un avversario spietato che incontra ogni volta che si guarda allo specchio. Seguire la propria intuizione è un lancio di dadi, un giro di tamburo alla roulette russa. Ancora oggi, non so dire se sia stata la decisione migliore, una parte di me continua a domandarsi se non ci fosse un altro modo.

 

  • Sai che la tua risposta mi ricorda il dramma di Cassandra, destinata ad accedere alla conoscenza ma condannata dall’ Apollo respinto a non essere creduta. Parla ma non viene ascoltata. Tu però incontri un personaggio nella struttura psichiatrica, il dottor Fleni, il tuo psicologo. Cura in maniera anticonvenzionale rispetto al sistema e, in alcuni nodi narrativi, le ombre paiono allungarsi anche verso di lui, ma di sicuro ti ascolta. Che rapporto hai con lui? In che cosa è differente dagli altri, Crociani, per esempio?
  • La differenza è tutta in quella linea Cartesiana, la distinzione tra l’oggetto osservato e il soggetto che osserva. Crociani ha quel confine ben presente davanti agli occhi, è il suo Muro. Ai potenti piace costruire muri che li separino da chi quel potere può solo subirlo, no? Nel mondo di Crociani ci sono i pazienti e ci sono i dottori, due categorie distinte dell’essere. Fleni quel confine cerca di dimenticarselo, di non vederlo. Entra in empatia, si mescola. Entrambe le posizioni hanno un’ombra che si allunga anche sulle migliori intenzioni. Se pensi di appartenere a una razza diversa da coloro che curi, cosa ti impedisce di volerli usare, sfruttare, cannibalizzare? Agli occhi di un Crociani, i pazienti possono facilmente diventare bestiame da allevamento. Ma anche a vivere come Fleni corri un rischio, quello di perdere i punti di riferimento, naufragare nella tua stessa empatia. Fleni ama, e l’amore spinto oltre il limite può diventare anche altro, qualcosa di molto pericoloso. Cosa? Questo è uno dei misteri del romanzo e non te lo dico, mi è costato tanto scoprirlo e mica posso regalarlo, ti pare?

 

  • Eh beh, ovvio! Nella tua storia si susseguono diversi nuovi inizi. Di sicuro l’ incontro con Frankie è una tappa intermedia fondamentale. In un certo senso ti rimette nel mondo come un secondo padre, sebbene abbia un modo tutto suo di amare. T’insegna a combattere, a trasformare i demoni in talento, trova un canale per passarti le regole del “gioco”. Cosa ti ha portato quel periodo della tua vita?
  • La boxe cancella la memoria del mondo, non importa chi eri prima, conta solo quanto dolore sei disposto a infliggere e sopportare, quanto sai spingerti oltre la fatica. La palestra di Frankie è uno Stige, cancella i peccati e le ferite e ti restituisce nuovo, vergine. Era l’unico luogo nel quale non sarei mai stato reietto.

 

  • Michele, che cos’è per te la vendetta?
  • L’unica strada verso il perdono. E’ quando diventi mostruoso come chi ti ha ferito, che puoi davvero perdonarlo.

 

  • La tua storia si svolge tutta all’ ombra. All’ ombra del perdono, all’ ombra dell’ amore, all’ombra della convenzione, all’ ombra della giustizia e, per quanto ingabbiata, è una storia di lotta per la libertà. Quale grido di libertà ti porti dietro dal kamikaze di cellophane per continuare a lottare nei tuoi progetti futuri?
  • La libertà non sta nelle azioni. La libertà è la somma algebrica tra le azioni che compiamo e le loro conseguenze. “Il Kamikaze di Cellophane” si conclude con un atto che innesca una catena di conseguenze. Solo al termine di questo movimento, forse, potrò essere davvero libero, ma non so se accadrà mai.

 

  • Per concludere, scegli uno tra i tuoi aforismi per salutarci…
  • Ne scelgo uno che secondo me racchiude l’essenza di tutta la mia storia: possiamo ustionarci col ghiaccio o ridere fino a piangere. Qualsiasi cosa diventa il proprio opposto, se la spingete oltre il limite.  

 

Ora, se vi abbiamo incuriositi, andate a leggere questo romanzo. Che aspettate!