RECENSIONE TI HO PRESA DI VICTORY STORM

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TRAMA
Potrà mai sopravvivere un amore che sfida la legge di due famiglie separate da un antico rancore?
Ginevra Rinaldi non ha mai saputo cosa fosse la libertà.
Vissuta dentro una gabbia dorata, soffocante e piena di regole dettate da suo padre, è abituata ad ubbidire e a subire la punizione della sua famiglia per ogni ribellione.
Lorenzo Orlando ha rinunciato al suo posto come erede del patrimonio della famiglia Orlando pur di avere la libertà di essere e fare ciò che vuole, anche a rischio della vita. Tuttavia, oggi è un uomo rispettato ed è il proprietario del più prestigioso locale di Rockart City, il Bridge.
Decisa a rompere gli schemi e a infrangere le regole, Ginevra finirà nella tana del lupo.
Cosa succederà quando rimarrà rapita dallo sguardo penetrante di Lorenzo e scoprirà che non potrà più sfuggirgli? Quanto tempo avrà Ginevra prima di finire nel mirino di Lorenzo?

recensione-1
Un mafia romance con i fiocchi! Una scoperta fantastica quella di Victory Storm. La storia mi è piaciuta molto, mi sono innamorata dei personaggi. Ginevra, grazie a una fuga insieme all’amica Maya, scopre finalmente il concetto di libertà. Ma in realtà non sarà un beneficio questo, lei è una Rinaldi e non può oltrepassare i confini ed entrare nella parte degli Orlando. Lorenzo…. Ohhh Lorenzo, sicuramente un uomo tutto d’un pezzo, non si sottomette a nessuno, ma questa volta si fida. Non sarà un bene per nessuno dei due e se volete sapere il perché dovrete leggere il romanzo. Ginevra ha un’anima bellissima, ma purtroppo nasce nella famiglia sbagliata… Fredda e insensibile, mantengono sempre la stessa facciata, quella della famiglia tutta unita e intoccabile… Ma dietro a questo si nascondono segreti su segreti, verranno svelati tutti e l’ esito sarà quasi scioccante. Lorenzo invece della sua famiglia non ne vuole sapere nulla, si è distaccato da tutto e tutti, ma tutta questa storia porterà i suoi scheletri dritti a casa sua.
Basta non vi dirò più nulla… Vi lascio qualche estratto.
Baci, baci Lisa.
ESTRATTI
«Sei impazzita?! È proibito ai Rinaldi anche solo avvicinarsi a questo fiume! Se un Orlando scopre la mia presenza nella loro parte di città, mi ammazza!», gridai terrorizzata. Odiavo tutti i limiti e le regole che mi imponeva mio padre, ma quella di non andare mai oltre il fiume era l’unica che avevo sempre accettato di buon grado e che avevo promesso di non infrangere mai se non volevo rischiare di morire prematuramente. «Lo so benissimo. Per questo abbiamo dei documenti falsi.» «Questo non mi tranquillizza, Maya.» «Chelsea! Ricordati che qui sono Chelsea e tu sei Mia! Non sbagliarti o siamo fottute!»
«Mi scusi», soffiai debolmente, scostandomi in fretta e avviandomi verso la mia amica. Stavo per fare un passo lontano da colui che stava distruggendo il mio autocontrollo, quando sentii una morsa ferrea ma delicata intorno al braccio. Mi bloccai spaventata e vidi la mano abbronzata di Lorenzo sulla mia pelle chiara. Gemetti in preda all’ansia. Quando un Orlando e un Rinaldi entravano in contatto, finiva sempre nello stesso modo: con la morte di uno dei due. In quel momento compresi con certezza che quella ad avere meno chance di sopravvivenza ero proprio io. Non sapevo che espressione avessi sul mio viso, ma dovette essere abbastanza eloquente perché Lorenzo mi lasciò andare. «Non potete stare qui», mi sussurrò vicino, mentre la sua mano curata e grande si allontanava dal mio braccio esile e provato da quell’esperienza surreale. Rimasi a bocca aperta. Come aveva fatto Lorenzo Orlando a scoprire che ero una Rinaldi? «Io… io…», farfugliai, incapace di trovare una scusa plausibile. «Non accetto freelance e in questo momento non ho intenzione di assumere altre accompagnatrici», mi avvisò severo, indicandomi con un cenno del capo un gruppo di donne eleganti e sexy che flirtavano e chiacchieravano amabilmente con alcuni clienti. Accompagnatrici?! Lorenzo mi aveva scambiata per una escort! Mi guardai il vestito e mi resi conto che era molto audace, ma non credevo di poter essere scambiata per una donna di facili costumi. Inoltre, consideravo meschino e gretto farsi un’idea su una donna solo dal suo abbigliamento. Alzando il mento e assumendo l’atteggiamento più stizzito e altezzoso possibile, mi avvicinai con calma a quell’uomo che in quel momento avrei voluto prendere a calci. «Non sono una prostituta», mi offesi, riacquistando la voce grazie alla rabbia improvvisa che mi stava scorrendo a fiotti nelle vene. «Nemmeno loro. Sono semplici accompagnatrici. Se poi offrono servizi aggiuntivi, non è affar mio. Basta che lo facciano lontano da qui», ribatté lui preso in contropiede dal mio tono inaspettatamente poco accondiscendente. «Allora mi correggo: non sono un’accompagnatrice», risposi risoluta e acida. «A volte le apparenze ingannano», contrattaccò lui deciso ad averla vinta. A quanto pareva non ero l’unica ad aver preso sul personale l’atteggiamento poco disponibile dell’altro. Sorrisi dentro di me, perché percepivo la voglia di combattere la mia battaglia e portare la vittoria a casa. Non sapevo da dove mi venisse tutto quel coraggio dopo aver provato così tanta paura… forse era l’adrenalina che mi caricava come una molla. «Non si preoccupi. La perdono. Posso capire che una persona da poco reintegrata possa avere dei momenti di confusione ed equivocare l’inequivocabile.» «Reintegrata?», ripeté lui perplesso ma con una lieve sfumatura minacciosa nella voce. Era evidente come stesse facendo un notevole sforzo per non attaccarmi. Mi feci forza proprio grazie al suo autocontrollo, che intendeva mostrare senza cedere. Conoscevo quell’orgoglio e sapevo che cosa nascondeva. «Sì. Lo ammetta: da quanto è fuori? Due giorni? Una settimana?» «Fuori da cosa?», mi chiese asciutto, non senza un notevole sforzo, anche se sapevo che conosceva già la risposta. «Di galera, ovviamente. So riconoscere una persona quando esce di prigione e fa fatica a riadattarsi alle convenzioni sociali.»
Mi fiondai nel bagno, mentre Jacob richiudeva la porta alle nostre spalle. Mia era sdraiata a terra e aveva una guancia arrossata, mentre il ragazzo aveva la cerniera dei pantaloni aperta e le stava sopra, bloccandola per i polsi. Scaraventai quel bastardo lontano e mi chinai su di lei. Le scostai i capelli dal viso ma, appena le mie dita le sfiorarono la guancia, lei sussultò e si allontanò dal mio tocco terrorizzata. Con mia sorpresa, vidi una ciocca scura sbucare dalla tempia e compresi che quella bionda era una parrucca. «Mia, sono io, Lorenzo Orlando», le dissi lentamente, prendendola per le spalle scosse dai singhiozzi. «Vieni, ti aiuto ad alzarti.» Guardò a lungo la mia mano tesa, come se fosse qualcosa di proibito e pericoloso, ma alla fine accettò il mio aiuto. Con delicatezza la rimisi in piedi ma mi accorsi che doveva essersi presa una storta perché zoppicava e il cinturino della scarpa destra era strappato. Prima che cadesse di nuovo, l’afferrai e la presi in braccio. Era così disorientata e spaventata da quello che doveva esserle successo che non oppose resistenza e si rannicchiò tremante contro il mio petto. Intanto Jacob si occupò del ragazzo. «Se ti rivedo nel mio locale, ti faccio a pezzi», lo minacciai prima che Jacob lo cacciasse fuori dal locale. Uscii dal bagno e notai alcuni clienti inviarci sguardi incuriositi. Solo l’amica di Mia sembrava sconvolta e corse da noi. «Oh mio Dio… Cosa ti è successo?», urlò disperata, notando il viso arrossato della ragazza. «Va tutto bene», cercò di rassicurarla lei. «Non va bene. Non va bene per niente… Cazzo, sono morta se ti accade qualcosa!» Quella frase mi allarmò perché sembrava davvero che Chelsea ci credesse. Avrei voluto approfondire, ma Sebastian, il mio manager, si avvicinò. «Dammi le chiavi di una stanza. La signorina si è fatta male e ha bisogno di riposare», gli chiesi. «Le camere sono tutte impegnate», mi avvisò preoccupato. «Allora la porterò nel mio appartamento», conclusi risoluto. «No!», esclamarono all’unisono Mia e Chelsea. «Non vi preoccupate. Non è mia abitudine salvare una donna da un tentato stupro per poi molestarla a mia volta. Sebastian, intanto chiama un medico e la polizia, così la cliente potrà sporgere denuncia.» «No!», quasi urlarono nuovamente Mia e Chelsea. «Non occorre… Sto bene e non è successo nulla. Credo sia meglio voltare pagina e non pensare più a questo inconveniente. Oltretutto non intendo sollevare uno scandalo che possa nuocere alla reputazione degli Orlando», si premurò di chiarire Mia in ansia.
Lorenzo! Alzati!», mi urlò vicino Sebastian svegliandomi di soprassalto. Erano giorni che non dormivo di notte e mi alzavo tardi, all’ora di pranzo. «Lasciami dormire o ti licenzio», farfugliai con la voce impastata dal sonno. «Sotto c’è quella ragazza, Mia Madison»

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