Buongiorno Peccatrici,
la mia prima recensione dopo la pausa estiva è dedicata al self publishing con il romanzo d’esordio di un’autrice italiana, Vivienne Prati. Non la conoscevo, ma mi avevano invitata più volte a farlo ed eccomi qui con “QUELLO CHE CI DIVIDE – La storia di Max e Fren” (#1 Un rumore di accendino serie), uscito ad aprile.
A volte tendiamo un po’ a snobbare (diciamocelo) le storie nostrane che hanno nomi italiani e le città di provincia, convinte magari non abbiano grandi stimoli che alimentino la nostra curiosità e immaginazione. La Prati ambienta il suo a Mantova e la mia battuta fu: “Mantova. Ma neanche i mantovani sanno dov’è Mantova?!” (chiedo scusa ai suoi abitanti per la boutade). Ho pensato fosse una scelta sconsiderata, e poco accattivante, ma coraggiosa e a me il coraggio piace sempre. Niente college americani, niente confraternite, niente capitani di football, niente California o New York. Mantova.
Nessun Wayne, Ethan, Jake o Shirley, Summer, Violet, ma Massimiliano Anselmi e Francesca Rinaldi che vivono fin da piccoli uno di fronte all’altra usando i vezzeggiativi di Mami e Fren. Il primo in una famiglia imprenditoriale con macchine di lusso, villa in Sardegna e un cognome che apre tutte le porte, lei più sulla borghesia basso profilo con redditi assolutamente dignitosi. State pensando al riccone e alla povera fiammiferia”, vero?
A Max e Fren dei rispettivi conti in banca importa poco: nessuno dei due deve vantare o subire questo gap economico, eppure è proprio il tessuto sociale, scolastico e politico a creare disuguaglianze, a renderli più rabbiosi o discriminati. E gli idealismi, le fazioni opposte, la mancata comunicazione e forse anche le utopie, non consentono loro di camminare fianco a fianco, ma di frammentarsi e lasciare dei vuoti e dei silenzi.
Sono giovani, ma lei ha le idee già chiare: si informa, aderisce a un progetto ideologico per cui valga la pena battersi, crede nel senso civico, ma Max? Lui gioca a rugby, è ben vestito, ottimo studente che frequenta ambienti più estremisti, un intoccabile. Ma è tutto fuorché un esaltato senza valori. Lo vedrete.
C’è una fiamma che resta sempre accesa tra di loro: può crescere, affievolirsi, alzarsi, sfarfallare o tremolare, divenire fuligginosa o accogliente, ma non si spegne mai. Dovranno imparare a coniugare un sentimento nei tempi, nei modi, a renderlo imperfetto, remoto, presente e futuro.
Vivienne debutta con un romanzo non comune per i contenuti espressi e non tenta invano un salto triplo non sapendo dove atterrerà. Misura i passi e le scene, lascia piena coerenza allo sviluppo anagrafico dei protagonisti: li lascia cullare nell’innocenza, poi dà loro qualche strumento in più e aggiunge l’inevitabile cambio di ritmo durante l’adolescenza fino agli albori dell’età adulta.
Una trama che non fermenta con lo spicy e con la rivoluzione ormonale, ma punta maggiormente a dare voce alle titubanze, ai presentimenti, le incertezze, a quei punti interrogativi macroscopici che sfido chiunque a non aver attraversato a quell’età. Le radici su cui basa il romanzo sono le dissociazioni e le divergenze politiche dei contesti entro cui si muovono i personaggi (anche i secondari), le distanze di una scala gerarchica tra quelli che hanno troppo e la classe proletaria, tra intenti e obiettivi apparentemente inconciliabili.
La Prati scrive bene, non è confusionaria né distratta e la stesura di “QUELLO CHE CI DIVIDE” è convincente: accarezza punti sensibili senza enfatizzarli, poi alleggerisce le sonorità e va a riprendere in mano quel filo spinato. Non incarna né il concetto di bad boy con i traumi incorporati (Max è un personaggio dalle good vibes anche quando sbaglia), né della candida ragazza uscita dal convento (Frenny sarà inesperta, ma è una contestatrice cui è difficile tappare la bocca), ma dimostra come si possa intarsiare una storia tutt’altro che vacua e scontata senza doverla sporcare inutilmente.
Buona lettura Peccatrici: ah, se per caso organizzate una visita a Mantova, tenetemi presente!
Alla prossima.
Moira




