Buongiorno Peccatrici,
Sono Friside e apro la mia collaborazione con il blog presentandovi La canzone di Achille di Madeline Miller, romanzo del 2019 edito da Marsilio Editore.
Ci sono storie che conosciamo così bene da pensare che sia impossibile raccontarle ancora una volta riuscendo a sorprenderci. Quella di Achille è una di queste.
Quando ho iniziato, quindi, non sapevo bene cosa aspettarmi. Temevo soprattutto di trovarmi davanti all’ennesimo retelling dell’eroe per eccellenza, con una trama di cui conosciamo già gli avvenimenti e, soprattutto, il tragico finale.
Invece Madeline Miller ha scelto di raccontarcela attraverso gli occhi di Patroclo.
Ed è stata, per me, la scelta vincente del romanzo.
Patroclo è un bambino cresciuto senza affetto che, dopo aver ucciso accidentalmente un altro ragazzo, viene allontanato da tutto ciò che conosceva e che, nel bene e nel male, era casa sua. È un personaggio molto lontano dall’idea dell’eroe e proprio per questo mi ha conquistata.
Mi è piaciuto anche il modo in cui la sua voce cambia insieme a lui. All’inizio il registro è quasi infantile, semplice, perfettamente coerente con l’età del protagonista. Poi Patroclo cresce e con lui cresce anche il suo modo di guardare il mondo, gli uomini e soprattutto Achille.
Achille visto da Patroclo. Ed è qui che, secondo me, sta la vera forza del libro.
Achille lo conosciamo tutti: il guerriero invincibile, il semidio, l’eroe destinato alla gloria. Ma Patroclo vede Achille. Il ragazzo che ama la musica, che ride, che si innamora, che soffre e che è continuamente diviso tra ciò che vorrebbe essere e ciò che il destino sembra aver deciso per lui.
Ho apprezzato moltissimo questo aspetto perché, sinceramente, non credevo di trovare tanta umanità in quella che reputavo fosse soprattutto la celebrazione dell’eroe omerico.
E invece mi sono ritrovata ad affezionarmi soprattutto a Patroclo e al suo modo di guardare l’uomo dietro la leggenda.
Bellissimi, in questo senso, anche gli anni trascorsi con Chirone. Non sono semplicemente anni di addestramento e di preparazione alla guerra. Chirone insegna ai ragazzi a conoscere la natura, a rispettarla, a vivere in armonia con ciò che li circonda. Sono momenti di pace e di crescita che ho trovato particolarmente belli proprio perché noi sappiamo già quali giorni bui li attendono.
E poi c’è quella frase di Chirone che, riletta alla luce di tutto quello che accadrà, acquista un peso enorme:
«E dopotutto forse il dolore più grande è quello di chi viene lasciato da solo sulla terra. Non credi?»
La percezione della guerra attraverso Patroclo è una delle cose che mi ha colpita maggiormente. Lui non è un guerriero e non riesce a guardarla attraverso il filtro della gloria. Vede Achille tornare all’accampamento coperto del sangue degli uomini che ha ucciso e, a un certo punto, quella consapevolezza diventa impossibile da ignorare.
Pensa a tutte le lacrime che Achille ha fatto versare. Pensa a Ettore e Andromaca.
E improvvisamente, tra lui e l’uomo che ama, sembra esserci un mondo intero, nonostante sia abbastanza vicino da sentirne il calore sulla pelle.
È un passaggio che mi ha colpita moltissimo perché Patroclo non smette di amare Achille. Ma proprio perché lo ama, riesce anche a vedere il peso delle sue azioni.
E la guerra, alla fine, cambia anche Patroclo.
È lui, il migliore e più buono dei Mirmidoni, a convincere Achille a lasciarlo andare in battaglia al suo posto. E durante la battaglia viene travolto dall’ardore della guerra fino ad arrivare a desiderare la caduta di Troia.
È quasi doloroso assistere a questo cambiamento.
La descrizione stessa che fa di Ettore è una delle più belle del libro: le mani grandi e indurite dal lavoro, il sangue che si lava prima di pregare, l’uomo che continua ad amare gli Dei nonostante gli Dei gli abbiano portato via fratelli e cugini.
E soprattutto quell’uomo che combatte per la propria famiglia e non per la fama, perché ha realmente tutto da perdere.
Ed è una differenza enorme con Achille.
Achille sa di essere destinato a morire giovane e considera la propria reputazione quasi l’unica cosa che gli resterà. La memoria è tutto ciò che può sperare di avere.
Patroclo, però, gli risponde con qualcosa di molto più umano: vuole che quella memoria sia degna dell’uomo che ama. Non vuole che Achille venga ricordato come un tiranno crudele. Vuole che sia ricordato per quello che è davvero.
Ed è un passaggio che ho trovato bellissimo perché Patroclo non gli dice semplicemente di rinunciare alla gloria. Gli chiede qualcosa di più difficile.
Ed è qui, secondo me, che si concentra uno dei conflitti più importanti del romanzo: Achille vuole essere immortale, mentre Patroclo vuole che l’uomo che ama sia ricordato per la sua umanità.
Una delle parti più difficili sono state quelle dedicate alle donne. Non è stata sempre una lettura facile e, per quanto la storia mi sia piaciuta, in alcuni momenti è stato davvero difficile confrontarmi con la loro condizione.
Già, perché le donne umane — non certo le Dee, che hanno tutt’altra rilevanza — sembrano avere pochissima possibilità di decidere della propria vita. Sono mogli, madri, pedine nelle decisioni degli uomini, oggetti di scambio e, troppo spesso, bottino di guerra.
Ed è agghiacciante.
So bene che stiamo parlando di un mondo lontanissimo dal nostro e di una rilettura del mito, ma proprio per questo mi ha fatto riflettere ancora di più il contrasto tra le donne mortali e le Dee, che invece possono essere potenti, temute e capaci di influenzare il destino degli uomini.
E Odisseo?
Infimo opportunista. Altro che eroe. E con la E minuscola, naturalmente!
Non l’ho mai digerito e, dopo questo libro, direi che la mia opinione non è certo migliorata.
Devo però riconoscergli una cosa: è reso benissimo. Intelligente, calcolatore, astuto e fine stratega. Ma non significa che debba piacermi.
Arriviamo poi alla parte più dolorosa.
La scelta di Madeline di far sì che sia Patroclo a convincere Achille a lasciarlo combattere al suo posto cambia, secondo me, parecchio le carte in tavola. Achille non dovrà affrontare soltanto il dolore per la perdita dell’uomo che ama. Dovrà affrontare il senso di colpa, il dolore e soprattutto la consapevolezza di essere stato, almeno in parte, artefice della propria tragedia.
Questa interpretazione mi è piaciuta particolarmente perché è coerente con l’Achille che abbiamo conosciuto: orgoglioso, pieno di sé e convinto di poter piegare il destino alla propria volontà.
E invece il destino presenta sempre il conto.
Un finale struggente che lascio a voi il piacere di scoprire.
La capacità di Madeline di mostrarci gli uomini dietro gli eroi alza di molto il mio grado di apprezzamento per la sua scrittura. Mi è piaciuto il modo in cui l’autrice ha preso una storia che conosciamo già e ha scelto di raccontarla da un’altra prospettiva. Non attraverso gli occhi dell’eroe, ma attraverso quelli di chi l’eroe lo ama.
E forse è proprio questo che rende così dolorosa la conclusione.
Perché alla fine non stiamo salutando un semidio, un guerriero o una leggenda. Stiamo salutando Achille e Patroclo, due ragazzi che si sono amati in un mondo che aveva già deciso per loro come sarebbe dovuta andare la loro storia.
Consiglio la lettura? Assolutamente sì.
Soprattutto a chi ama il mito classico e non ha paura di guardarlo da una prospettiva diversa. Ma anche a chi pensa di conoscere già la storia di Achille: perché magari conosciamo il mito, ma non abbiamo ancora conosciuto l’uomo che c’era dentro il mito.
A presto.
Friside




