Care Peccatrici, eccomi qui, pronta a condividere, ancora una volta, con voi pensieri e emozioni!
Questa volta ho scelto La valle dell’Eden di John Steinbeck. D’altra parte, quale luogo migliore dell’Eden peccare? 😇
Settecento pagine, una valle indimenticabile e un viaggio tra le contraddizioni dell’animo umano, dove il confine tra bene e male è molto meno netto di quanto vorremmo.
Una lettura che mi ha affascinata, qualche volta messa alla prova e lasciata con molte più domande che risposte.
Vi porto con me nella valle di Salinas, tra peccati, tentazioni e una piccola, potentissima parola: timshel.
Buona lettura!❤️
Ci sono libri che si leggono e libri che, una volta chiusi, hanno bisogno di un po’ di tempo per essere digeriti.
La valle dell’Eden per me appartiene decisamente alla seconda categoria.
Non è stata una lettura facile. All’inizio Steinbeck mi ha conquistata con una narrazione lenta ma incalzante, capace di trascinarmi dentro la valle di Salinas senza che quasi me ne accorgessi. Un pezzo alla volta, personaggi e storie apparentemente lontane hanno iniziato a comporre un unico grande quadro.
La valle di Salinas è molto più di un’ambientazione. È quasi un personaggio.
Steinbeck la racconta con una prosa capace di renderla viva, con la sua bellezza, la sua durezza, la luce e le ombre.
E proprio questo contrasto mi è piaciuto: la natura può essere bellissima mentre gli esseri umani che la abitano portano dentro di sé conflitti, dolore e oscurità.
Poi il ritmo, soprattutto nella terza parte, si è un po’ appiattito. Le digressioni non sono mancate e devo ammettere che alcune volte ho fatto più fatica a seguire il passo dell’autore. Eppure, anche quando la storia rallentava, continuavo a trovare qualcosa che mi incuriosiva, una domanda, un personaggio, un’idea sulla quale fermarmi a riflettere.
Perché La valle dell’Eden non è soltanto una saga familiare.
È quasi un lungo viaggio dentro l’animo umano.
Steinbeck parla di famiglie, fratelli, figli e genitori, ma sotto la storia scorre continuamente qualcosa di più profondo: il bene e il male, il peccato, la colpa, la gelosia, il bisogno di essere amati e soprattutto la possibilità di scegliere chi diventare.
Il richiamo a Caino e Abele attraversa tutto il romanzo e diventa molto più di un riferimento biblico.
Adam e Charles, Caleb e Aron: generazioni diverse, ma dinamiche che sembrano ripetersi.
E proprio qui Steinbeck mi ha fatto nascere una delle domande che mi hanno accompagnata per tutta la lettura: siamo destinati a ripetere ciò che abbiamo ricevuto oppure possiamo interrompere il ciclo?
È una domanda che trova la sua risposta più potente nella parola timshel.
Non siamo necessariamente condannati a essere ciò che gli altri hanno deciso per noi, né ciò che temiamo di avere dentro.
Possiamo scegliere.
E forse è proprio questo il cuore del romanzo.
Tra i tanti personaggi, alcuni mi sono rimasti particolarmente dentro.
Cathy è stata, senza dubbio, uno dei personaggi più inquietanti che abbia incontrato.
Un’apparenza quasi innocente che nasconde qualcosa di oscuro e difficile persino da comprendere.
La cosa che mi ha colpita di più non è soltanto il male che compie, ma la sua apparente incapacità di provare rimorso, empatia, senso di colpa. Cathy rimane un mistero. Forse Steinbeck non vuole davvero spiegarci questo suo oscuro personaggio. Forse il male, nella sua forma più estrema, non ha sempre una spiegazione che ci rassicuri.
Caleb che ha paura di essere come sua madre. Si sente colpevole, si tormenta, cerca risposte. E proprio perché ha una coscienza può scegliere.
Samuel Hamilton, con la sua umanità e quella capacità di percepire ciò che gli altri non vedono.
E soprattutto Lee. La sua curiosità, la sua intelligenza, la sua bontà quasi disarmante e quelle conversazioni sulla religione, sulla Bibbia e sulla natura umana lo hanno reso uno dei miei personaggi preferiti.
Lee non si limita a vivere la storia: vuole comprenderla.
E forse è proprio per questo che le sue riflessioni sembrano a volte avvicinarsi a quelle dell’autore stesso.
Anche Abra mi ha conquistata, per la sua capacità di guardare oltre le apparenze e per il ruolo che finisce per assumere nella vita dei ragazzi.
E poi ci sono Caleb e Aron, così diversi eppure così profondamente legati.
La loro storia mi ha fatto pensare a quanto possa essere difficile crescere quando non sappiamo ancora chi siamo e abbiamo paura di ciò che potremmo diventare.
La scrittura di Steinbeck alterna momenti poetici e descrittivi ad altri più ironici e quasi dissacranti. E quell’ironia, soprattutto nei momenti più cupi, mi è piaciuta molto perché impedisce alla storia di diventare una semplice successione di tragedie.
Quando sono arrivata alla fine ho provato quella strana sensazione che lasciano le storie che non finiscono esattamente come avremmo voluto.
Mi è dispiaciuto.
Avrei forse desiderato qualcosa di diverso.
Ma poi ho pensato: poteva davvero finire diversamente?
Probabilmente no.
Perché la vita è fatta anche di questo: momenti dolci e momenti amari, errori che non possiamo cancellare, persone che perdiamo, colpe che ci portiamo dietro e possibilità che, nonostante tutto, continuano a esistere.
La valle dell’Eden non è stata una lettura sempre scorrevole e sicuramente non è un libro che consiglierei a chi cerca una storia semplice e lineare.
Ma è una lettura che mi ha incuriosita, mi ha fatto arrabbiare, commuovere, interrogare e soprattutto pensare.
E quando un libro, dopo settecento pagine, continua a farti domande anche dopo averlo chiuso, per me qualcosa ha lasciato.
Forse, alla fine, Steinbeck voleva semplicemente raccontarci l’essere umano.
Con tutto il suo bene.
Con tutto il suo male.
E con quella possibilità, piccola ma potentissima, di scegliere. Timshel.
Un abbraccio.
Friside
Un grazie speciale alle mie care Figliole, che hanno condiviso con me questa lunga, intensa e non sempre facile lettura. ❤️ Perché certi libri sono ancora più belli quando, pagina dopo pagina, ci si ritrova insieme a discuterne, a porsi domande e a cercare risposte. ❤️




