Buon mercoledì, mia devota tribù di Peccatrici, intrepide condottiere di battaglie sentimentali e cause perse dall’animo nobile.
Eccomi qui con un nuovo peccato libroso servito su un vassoio d’argento, insieme a madeleine e tè in tazze Royal Albert Flower of the month. Vi consiglio, però, di indossare puth elmet, pantaloni e camicia safari style. Sapete che ci tengo al look! Oggi la vostra Eretica vi porta in un lungo viaggio, dalle campagne laziali fino al cuore rovente del Corno d’Africa, tra le sabbie d’Etiopia, per parlarvi de “Il Braccio e la Rosa” di Stefania De Prai Sidoretti, che ringrazio per la collaborazione e la copia concessa.
Fatemi subito fare coming out, perché, per quanto prolissa ed incline agli arzigogoli letterari, sapete che non amo i giri di parola: già conoscevo lo stile e la scrittura di Stefania De Prai Sidoretti, che unisce alla compostezza ed eleganza della prosa del primo Novecento, una precisione storica, che evoca la devozione di un monaco amanuense alle prese con l’ultima riga di un manoscritto miniato. Il rigore delle fonti, la ricostruzione delle tensioni sociali e soprattutto lo sguardo impietoso su un’epoca nella quale la libertà e l’emancipazione non erano affatto doni elargiti con magnanimità dall’alto, ma conquiste strappate con sangue, sudore e lacrime, compongono un affresco imponente, altro che cartolina d’epoca!
In questo contesto di ideali, dissenso, guerra e convenzioni sociali, si muovono i due protagonisti, che la rispettabile società del tempo avrebbe preferito vedere come rette parallele, senza possibilità di incrociarsi mai.
Siamo a Manziana, nell’estate del 1895. Da una parte Andrea Fortebraccio, detto Braccio: operaio analfabeta, anarchico dal temperamento vulcanico e dal cuore nobile. Dall’altra Rosa Fiordispini, giovane maestra caparbia e tutt’altro che disposta a farsi intagliare come una bella statuina nel sapone di Marsiglia. Figlia di un maggiore del Regio Esercito, Rosa è determinata a non incarnare un’ennesima Ifigenia, immolando la propria vita sull’altare di un matrimonio di convenienza.
Andrea, sappiate, è un personaggio di una bellezza narrativa disarmante. Non quella bellezza un po’ artefatta degli eroi che sembrano usciti da un dipinto appeso in un salotto. La sua è una bellezza dura, sofferta, ispida. È un uomo privo d’istruzione, ma dotato di un’intelligenza emotiva, una sensibilità e una cultura dell’anima che gli consente di leggere la vita con una chiarezza che spesso manca a chi possiede tre lauree, otto master e svariati titoli accademici.
La sua nobiltà d’animo, il suo saper resistere al dolore con coraggio e quel modo di preservare la propria dignità a qualunque costo mi hanno commossa profondamente.
Il sentimento tra di loro sboccia improvviso e potente come un temporale di fine estate. E la metafora è voluta! Ma poi, come nelle migliori tradizioni delle storie d’amore contrastate, arriva l’antagonista. Solo che, in questo caso, non è fatto di carne ed ossa. Il cattivo è la Storia. Quella che non chiede permesso, ma irrompe nelle vite dei due innamorati, senza appello e senza contraddittorio.
La guerra coloniale d’Abissinia, con la tristemente nota battaglia di Adua, scoppia letteralmente nel romanzo come il boato di un cannone.
A questo punto, il romanzo abbandona quasi la veste della storia d’amore per indossare la divisa del dramma epico e sociale. L’Africa diventa polvere, fame, sangue, paura. La guerra non è più lo sfondo sul quale si muovono i personaggi: diventa un terzo protagonista, un Polifemo che divora uomini, valore e coraggio. E Andrea, come Ulisse, lotterà strenuamente per conservare ciò che resta della propria umanità. E qui, mie coraggiose peccatrici, arriva la piccola stoccata eretica. Se avete intrapreso il viaggio, immaginando eleganti e raffinate traversate sull’Orient Express, giri di valzer in saloni dai lampadari scintillanti, romantiche dichiarazioni al chiar di luna, potete anche riprendervi il passaporto. La storia d’amore, per un lungo tratto, resta infatti, dietro le quinte. Ma questa scelta narrativa, a parere di questa eretica scrivente, fa si che lo scenario bellico diventi non solo il metro con cui si misura il coraggio, ma anche il palcoscenico in cui viene offerta la possibilità di non perdere se stessi quando, una volta spogliati delle proprie sovrastrutture, delle certezze e delle illusioni d’amore, resta soltanto la dignità, nuda e caparbia. La guerra (e tutto ciò che ne consegue) diventa il memento che la libertà, prima di diventare una parola nobile da pronunciare nei discorsi ufficiali, è stata sacrificio, lotta, solitudine e spesso sangue.
Scusate, mie ospiti peccatrici. Il tè è ormai freddo. Ma certe storie, per fortuna, lasciano ancora qualcosa di caldo tra le mani.
Sempre Ereticamente Vostra,
Rosy
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