In collaborazione con l’autrice che ringrazio per la copia concessa
Buongiorno Peccatrici,
esattamente una settimana fa è uscito il V volume della “Heart on Ice Series” e anche stavolta con “SUDDEN DEATH HEART” J. Mira Carlson scivola sui pattini con il cuore al posto del puck.
Il romanzo è anticipato dal suo preludio – BEFORE – che già da solo varrebbe la lettura: sono poche pagine, ma lascia un segno struggente di inevitabilità e il sapore di una caramella amara in bocca.
Nyla Monroe conosce due tipi di ghiaccio: quello buono e quello cattivo. Zack Mercer solo il secondo. Lei è la stella delle Wolves, la squadra di hockey di Silverpeak a cui è appena approdata, lui di scendere in pista non ne ha alcuna intenzione.
E per incontrarsi qual è il terreno più adatto? Ovviamente quello sbagliato: una porta da varcare, un guardiano davanti e dentro ci sono le grida, gli incitamenti di una folla eccitata che non ha pagato il biglietto, le incognite e il mimetismo in un rodeo clandestino. E Nyla graffia con le lame e con la rabbia, l’ineluttabilità e l’incoscienza di inseguire una pace che non c’è.
Invece Zack respira. Ed è già tanto. Protetto da una scorza spinosa, respinge chiunque tenti di superare il confine che lui stesso ha tracciato: cullato nell’ignavia della vita, non c’è niente e nessuno che riesca ad ammorbidire i suoi spigoli. O almeno, c’era. E forse c’è un’altra possibilità.
Mantengono segreti, mascherano le emozioni, ingannano il destino per non arrendersi, per non soffrire e per non mostrarsi deboli. Sono intimamente fragili, smarriti, puniti dalla vita, ma incapaci di chiedere aiuto e indossano una corazza come divisa di gioco o nocche sbucciate come prove di sopravvivenza.
Come nell’hockey, tutto si muove allo stesso modo: lei veloce a battere il cronometro, agilissima a schivare gli ostacoli, dribblare i soccorsi e a cercare una via di fuga; lui perennemente in panca puniti che osserva rigido e inespugnabile. Ma arriva il momento in cui anche Zack deve iniziare a pattinare sul serio. Ricominciare a farlo.
Il momento dell’ingaggio è sempre il più difficile perché determinerà il possesso del puck e tra loro due è Nyla a spuntarla: non si fa intimorire dalla stazza, dai modi scorbutici e bruschi, dai contrasti a cui va incontro perché non teme la Bestia. Lei ce l’ha addosso. Il suo diretto avversario crede di prevederne le mosse e di leggerne le strategie, ma è del tutto fuori allenamento. Ha un equipaggiamento robusto, quasi granitico, ma ci sono feritoie scoperte in cui la lascia entrare. Non vede solo una donna ostinata e affamata, ci vede una regina a cui non serve un trono o una vittoria, ma una mano da stringere forte.
“SUDDEN DEATH HEART” è uno sport romance che non sfrutta il sudore, l’agonismo, le partite e i trofei da conquistare, ma lo impiega su una trama più articolata che riesce ad essere cruda e delicata allo stesso tempo: la perdita, la sentenza, le negazioni, le menzogne, la tenacia e il coraggio anche di cadere. E a volte toccare il fondo serve a insegnare quanto possa essere luminosa la via della risalita.
J. Mira Carlson è un’autrice che scrive in maniera atipica: nel precedente volume mi aveva inizialmente destabilizzata e non riuscivo a decifrarla, finché non mi sono conformata spontaneamente al suo stile. E qui le cose non sono cambiate: crea un suo caos perfettamente logico che mi ha fatto riflettere su come mi comporto quando sono tra me e me. Anche i miei pensieri sono un vortice continuo in cui macino ossimori, contraddizioni, rigetto il pensiero precedente e ne riformulo uno nuovo, poi torno a martellare sulla stessa idea ossessiva che mi rimbomba nella testa. Lei fa fare la stessa cosa ai suoi protagonisti.
Li lascia deviare, li “abbandona” a loro stessi in un certo senso, senza mettersi a fare il vigile urbano al centro di un crocevia. C’è molto istinto nella sua scrittura, ma anche molta sensibilità nel dosare le durezze e le asperità. E ho scoperto che è un tratto che mi piace moltissimo: quando apro un suo romanzo – questo nello specifico – già mi preparo a scossoni irregolari di tragitti introspettivi in cui è realisticamente vero che la mente viaggia più veloce di un’azione. E il risultato, forse, è anche migliore.
Non utilizza le norme “classiche” di una struttura narrativa né per il personaggio di Zack né tantomeno per quello di Nyla e costruisce intorno a loro un’arena rettangolare dagli angoli arrotondati (è una pista di hockey progettata così affinché il disco di gioco resti sempre in movimento) dove conoscersi, scivolare, condurre attriti e smettere di evitare l’inevitabile. Perché può diventare possibile.
Buona lettura Peccatrici, ci rivediamo la prossima volta
P.S.: Mira, vedi di scrivere in fretta il VI volume o ti spazzolo i capelli!




