Guten Morgen liebe Sünderinnen,
vi piace il tedesco? A me non tanto, l’ho studiato un po’ alle superiori ma non mi ricordo praticamente nulla. Chiaramente non è del mio percorso scolastico che vi voglio parlare oggi, ma di “FRAULEIN” di Diletta Marcheggiani, il prequel della serie “The Dreambreaker” (anche se è uscito dopo i primi 3).
Durante la seconda guerra mondiale in piena occupazione tedesca (ma credo avvenga in tutti i conflitti bellici), le donne, seppur sempre messe in un piano minore, siano state protagoniste a loro modo: chi a difendere il proprio Paese, chi a patire i soprusi degli invasori, chi a piangere i propri cari, chi a non prendere posizione e chi a stringeva rapporti proprio con il nemico. Donne ricattate, donne bisognose di protezione o per convenienza, donne disinvolte che subivano il fascino della divisa e le avventure, donne che non avevano più niente e nessuno, donne che sceglievano di stare dall’altra parte della barricata. Ma anche donne che si innamoravano perdutamente di coloro che avrebbero dovuto odiare.
Queste donne, qualunque sia stata la loro scelta, l’hanno pagata a caro prezzo: umiliate, emarginate, insultate, rasate a zero, marchiate, prese a schiaffi e sputi e esibite alla vista di tutta la città. Agli occhi di chiunque, erano traditrici, prostitute vendute ai nazisti.
La giovanissima Verena Redzminska non intende percorrere quelle gesta, eppure arriva a compiacere l’Oberführer di stanza a Varsavia. Avvicinarlo, cedere alle sue provocazioni, significa dare una speranza a suo fratello e all’Armia Krajowa, la Resistenza polacca. Lo disprezza, lo teme, ma il carisma seduttivo e il potere di Werner Kraft sono molto più condizionanti di una lusinga o di un lasciapassare per riacquistare la libertà di chi le è più caro al mondo.
Quest’uomo adulto di pura razza ariana, è nella capitale per spezzare le ali della rivolta, ripristinare l’egemonia del Terzo Reich e inquadra perfettamente gli ideali totalitari, antisemiti e razzisti del nazionalsocialismo. D’altronde, la crudeltà, l’intransigenza e il sadismo non gli mancano. Colto, con criteri filologici ben saldi e non viziati dall’indottrinamento, si trova su una linea di confine con la falsaria più abile di Varsavia.
“FRÄULEIN” mi ha provocato una sensazione intrigante: ha insinuato il dubbio. Non sul giustificare o meno l’age gap (che farà storcere il naso a molte, già vi vedo), tantomeno sul chiaro forbidden che non è semplice da digerire per i motivi di cui sopra, ma sulla relazione tra i due. La manipolazione, la circonvenzione, la dipendenza, l’opportunismo sono tutti a senso unico? È così netta la distinzione tra chi domina e chi si sottomette? C’è vero sentimento o è tutta una menzogna per raggiungere i rispettivi scopi? Verena e Werner si stanno cullando in un’utopia che non ha luogo a procedere?
A inizio lettura ero cauta, sull’onda del “sì è bello, ma..”, poi evidentemente Diletta Marcheggiani ha rubato un Panzer, è salita nella torretta e si è calata nei panni del Kommandat iniziando a tritare la strada fino all’ultima sillaba del romanzo. E poi vi dice “adesso tu sei il Funker (operatore radio) decifra le comunicazioni, i codici, le voci e dai un senso alle azioni”. Io ho eseguito e l’ho fatto, dando le mie interpretazioni a questo rapporto: qui, cosa è giusto e cosa non lo è restano avvolti magnificamente nelle nuvole di polvere della mitragliatrice.
Il romanzo è filtrato dal punto di vista della protagonista: ciò che dice e pensa, quello che è disposta a fare, la persuasione o l’illusione, ciò che la testa le suggerisce e i posti dove è il cuore a guidare. E Verena forse insegue qualcosa, forse sta perdendo la direzione o forse è sulla strada giusta, forse è succube o forse è padrona. Di Werner conosciamo ciò che conosce lei: l’autorità e la passione, l’indulgenza come la rigidità, le attenzioni così come le chiusure, l’efferatezza tanto quanto la dolcezza e restiamo prigioniere della sua personalità, delle sue mani fredde e delle sue contraddizioni.
Non avevo mai letto la Marcheggiani sebbene questo libro ce l’abbia da mesi con la raccomandazione “a te piacerà” appiccicato sulla copertina, ma ormai è evidente che io colgo sempre le seconde occasioni per poter dare una chance, è quasi una consuetudine e noto che funziona. Performante il timbro narrativo che non concede pause prolungate e non mitiga affatto la natura degli eventi storici: l’autrice è preparata e si vede, ma non li trasforma né in sermoni e né in compiti in classe, anzi. Gli accadimenti nella Polonia del 1944 sono ricerche precise senza diventare trattati in cui una lettrice si perde o si annoia. Qua non accade.
Buona lettura Peccatrici, giovedì ascolteremo anche la versione di Werner. Vi aspetto.
Moira




