RUBRICA: Due chiacchiere col protagonista

Salve miei peccatori. Stasera sono strafelice di presentarvi la nostra nuova rubrica e si! Si chiamerà “Due chiacchiere col protagonista” .

Si tratterà di una intervista, molto “informale”,una vera e propria chiacchierata con il protagonista di un romanzo.

Di volta in volta differente, In base al personaggio, alla piega che prenderà la chiacchierata, ne verrà fuori qualcosa di diverso e unico.

Apriamo questo nuovo angolo libroso con la nostra peccatrice più dolce: Claudia Speggiorin che ha intervistato per noi Michele Sabella, protagonista del romanzo
IL KAMIKAZE DI CELLOPHANE di Ferdinando Salamino .
Vi lascio in loro compagnia e vi do appuntamento alla prossima.
Un baciotto dalla vostra Thammy.

Un noir psicologico che accompagna il lettore al confine tra bene e male, vendetta e perdono, allucinazione e realtà. Cosa può trasformare un ragazzino mite e amante dei libri in un assassino implacabile? Cresciuto all’ombra di un padre violento, umiliato dai compagni di scuola e rinchiuso per quasi tre anni in un ospedale psichiatrico, Michele Sabella è sopravvissuto aggrappandosi all’amore per Elena, una paziente anoressica conosciuta in istituto. Quando Elena tenta il suicidio, Michele decide di dare la caccia al carnefice silenzioso che la sta trascinando oltre i confini della follia. Per farlo, dovrà liberare i propri “demoni di cellophane” e abbandonarsi alla violenza dalla quale era sempre fuggito. Se nessuno può essere assolto, ha davvero senso condannare?

 

 

 

Intervista a Michele Sabella, protagonista di ” Il Kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino.
a cura di Claudia Brigida Speggiorin.

  • Ciao Michele, grazie per aver accettato di farti intervistare. Sei il personaggio di una storia inedita che è stata da poco pubblicata. Come definisci il processo che ti ha portato ad avere diritto di cittadinanza tra le righe non ancora scritte del tuo autore?
  • Sono nato quasi dieci anni fa, con una sola frase: “Il Kamikaze di Cellophane”. Nemmeno il mio creatore sapeva cosa sarei diventato, aveva un’idea vaga. All’inizio, avrei dovuto essere il prologo di qualcos’altro, una storia un po’ politica di complotti internazionali. Per fortuna, al mio creatore è venuto il blocco dello scrittore e gli è durato per quasi otto anni. Nel frattempo, io mi facevo un po’ di spazio, sussurravo cose, luoghi, azioni. Quando si è svegliato dal letargo, io ero già lì che lo aspettavo. Ci ha messo quasi un decennio a dimenticarmi e meno di un anno a mettermi sulla carta.

 

  • Eh, Michele, questo è anche un problema attuale, la fatica ad accettare l’ Altro. Tutti noi esseri umani ce l’ abbiamo. Poi tu sei un personaggio scomodo: ti tagli, senti le voci, hai i demoni dentro di te… hai trovato una metafora per parlare al tuo creatore in questi dieci anni… Kamikaze di cellophane… vuoi dirci cosa vuol dire per te quest’immagine con cui ti sei presentato?
  • Tu che mi conosci sai che, quando non sono impegnato a tagliare me stesso o qualcun altro, amo tantissimo leggere. Il Kamikaze, quello che ci ha consegnato la Storia, è una figura bifronte, della quale di solito si mette in evidenza la natura distruttiva. Nessuno, se lo guardiamo da un certo angolo, è più nichilista di un Kamikaze. L’annientamento di sé, la cancellazione del nemico, tutto in un’unica fiammata purificatrice. Ma perché un essere umano dovrebbe arrivare a una tale risoluzione? Perché il Kamikaze si schianta contro la portaerei? La risposta è una sola, è il lato meno esplorato, ma anche il più autentico: l’amore. Il Kamikaze distrugge, e si distrugge, perché ama. Sente di appartenere a qualcosa di più grande di se stesso e desidera proteggerlo a qualsiasi costo. Il cellophane… beh, come descrivere una pellicola invisibile che ti protegge e ti soffoca allo stesso tempo? Io sono vissuto dentro al cellophane, credo che ogni taglio che mi sono inflitto, negli anni, fosse un tentativo di squarciare questo velo mortifero

 

  • E proprio perché ti conosco, ti ho sempre detto che soffri e fai soffrire, ti schianti contro l’ amore, eppure ciò che crolla nella tua storia, capitolo dopo capitolo, sono le apparenze e rimane salvo il vero. Ti va di darci la tua opinione rispetto all’ ambivalenza di chi ha giudicato te cuore diviso?
  • Abbiamo bisogno di giudicare. Giudicare significa tracciare un confine, tra “noi” e “loro”, tra i “normali” e i “pazzi”, tra “brava gente” e “criminali”. Giudicare è il modo in cui ci difendiamo dalle domande cui non siamo pronti a rispondere. Definirmi schizofrenico, ovvero “cuore diviso”, era senza dubbio più semplice che chiedersi cosa stesse succedendo a casa mia.

 

  • Ypsilon, tuo padre. Dal prologo all’ epilogo cambia molto il rapporto con lui. Durante la tua storia incontri altri uomini importanti: Fleni – il tuo psicologo, Crociani – il direttore della struttura psichiatrica, Franki- il tuo allenatore di pugilato, Giulio- il padre di Elena. Quali passi hai compiuto, attraverso di loro, per diventare uomo?
  • Credo che ogni persona che incontriamo, nella nostra vita, sia uno specchio. Nel rapportarci con l’altro, entriamo in contatto con noi stessi. Spesso aggrediamo nel nostro prossimo ciò che ci disgusta di noi. Io l’ho fatto, ho combattuto la codardia, l’ignavia, la meschinità, perché cercavo di strapparmele dal cuore. Sono grato a tutte queste persone, in qualche modo la collisione con loro mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi, nel bene e nel male.

 

  • È proprio vero, ma non è mica così scontato rendersene conto. Il più delle volte lo rinneghiamo in noi per poi giudicarlo nell’ altro. Ma è vero anche il contrario. A volte mettiamo sull’ altro aspetti meravigliosi che non riconosciamo di avere. La tua storia con Elena è densa di sentimenti tormentati, che si scontrano spesso con delusione e idealizzazione, eppure è un amore tanto grande, pregnante, vivo seppur continuamente a confronto con la morte. Cosa rappresenta, per te, Elena? Come descrivi il sentimento che provi per lei?
  • Ci penso spesso ultimamente. Credo sia amore, almeno in parte, ma anche qualcos’altro. Io ho un veleno dentro, qualcosa che mi annienta a poco a poco. Lo chiamo “irrilevanza”, questa cupa sensazione di evanescenza, come se non fossi destinato a nulla e non appartenessi a nessuno. Tutti abbiamo bisogno di sentire che lasciamo una traccia, altrimenti non esisterebbero i funerali e le lapidi. Servono a contrastare il nostro senso di irrilevanza. Ecco, in me è talmente forte che a volte ci sono annegato dentro, ci sono quasi morto. Elena è il mio antidoto. Se lei vive, se può ancora guardarmi, allora esisto.

 

  • E il rapporto con tua madre? Cosa ci dici oggi di quell’ amore?
  • Mia madre è stata una persona mediocre, piena di difetti, schiava di pregiudizi soprattutto nei confronti di se stessa. Eppure, credo di averla amata con ogni fibra dell’essere. Forse ci leghiamo alle persone per i loro vuoti, per sentire che possiamo colmarli con la presenza. Il mio amore per lei è cresciuto in questo modo, presenze alla caccia di vuoti da riempire.

 

  • Che in parte è anche l’ amore che ti ha portato verso Elena. Un istinto che si fa intuito tra le pagine per colmare il vuoto che la sta divorando, per salvarla. Un sentire che si confonde tra le voci, che si smarrisce tra gli indizi, risucchiato dai demoni di cellophane. Eppure, a un certo punto la figura è completa. Come ti sei sentito in quel momento, quando hai collegato gli eventi che per noi erano ancora punti isolati?
  • Ci sono diversi problemi quando uno come me ha un’intuizione. Il primo, il più spaventoso, è che quando hai trascorso parte della tua esistenza sentendo voci che non esistono, dubiti sempre. Dubiti di ciò che credi di sapere, dubiti persino di ciò che desideri. Voglio davvero fare la cosa giusta? O sto solo cercando un pretesto per sfogare la rabbia che mi consuma? Uno come me non può mai fidarsi, ha un nemico dentro, un avversario spietato che incontra ogni volta che si guarda allo specchio. Seguire la propria intuizione è un lancio di dadi, un giro di tamburo alla roulette russa. Ancora oggi, non so dire se sia stata la decisione migliore, una parte di me continua a domandarsi se non ci fosse un altro modo.

 

  • Sai che la tua risposta mi ricorda il dramma di Cassandra, destinata ad accedere alla conoscenza ma condannata dall’ Apollo respinto a non essere creduta. Parla ma non viene ascoltata. Tu però incontri un personaggio nella struttura psichiatrica, il dottor Fleni, il tuo psicologo. Cura in maniera anticonvenzionale rispetto al sistema e, in alcuni nodi narrativi, le ombre paiono allungarsi anche verso di lui, ma di sicuro ti ascolta. Che rapporto hai con lui? In che cosa è differente dagli altri, Crociani, per esempio?
  • La differenza è tutta in quella linea Cartesiana, la distinzione tra l’oggetto osservato e il soggetto che osserva. Crociani ha quel confine ben presente davanti agli occhi, è il suo Muro. Ai potenti piace costruire muri che li separino da chi quel potere può solo subirlo, no? Nel mondo di Crociani ci sono i pazienti e ci sono i dottori, due categorie distinte dell’essere. Fleni quel confine cerca di dimenticarselo, di non vederlo. Entra in empatia, si mescola. Entrambe le posizioni hanno un’ombra che si allunga anche sulle migliori intenzioni. Se pensi di appartenere a una razza diversa da coloro che curi, cosa ti impedisce di volerli usare, sfruttare, cannibalizzare? Agli occhi di un Crociani, i pazienti possono facilmente diventare bestiame da allevamento. Ma anche a vivere come Fleni corri un rischio, quello di perdere i punti di riferimento, naufragare nella tua stessa empatia. Fleni ama, e l’amore spinto oltre il limite può diventare anche altro, qualcosa di molto pericoloso. Cosa? Questo è uno dei misteri del romanzo e non te lo dico, mi è costato tanto scoprirlo e mica posso regalarlo, ti pare?

 

  • Eh beh, ovvio! Nella tua storia si susseguono diversi nuovi inizi. Di sicuro l’ incontro con Frankie è una tappa intermedia fondamentale. In un certo senso ti rimette nel mondo come un secondo padre, sebbene abbia un modo tutto suo di amare. T’insegna a combattere, a trasformare i demoni in talento, trova un canale per passarti le regole del “gioco”. Cosa ti ha portato quel periodo della tua vita?
  • La boxe cancella la memoria del mondo, non importa chi eri prima, conta solo quanto dolore sei disposto a infliggere e sopportare, quanto sai spingerti oltre la fatica. La palestra di Frankie è uno Stige, cancella i peccati e le ferite e ti restituisce nuovo, vergine. Era l’unico luogo nel quale non sarei mai stato reietto.

 

  • Michele, che cos’è per te la vendetta?
  • L’unica strada verso il perdono. E’ quando diventi mostruoso come chi ti ha ferito, che puoi davvero perdonarlo.

 

  • La tua storia si svolge tutta all’ ombra. All’ ombra del perdono, all’ ombra dell’ amore, all’ombra della convenzione, all’ ombra della giustizia e, per quanto ingabbiata, è una storia di lotta per la libertà. Quale grido di libertà ti porti dietro dal kamikaze di cellophane per continuare a lottare nei tuoi progetti futuri?
  • La libertà non sta nelle azioni. La libertà è la somma algebrica tra le azioni che compiamo e le loro conseguenze. “Il Kamikaze di Cellophane” si conclude con un atto che innesca una catena di conseguenze. Solo al termine di questo movimento, forse, potrò essere davvero libero, ma non so se accadrà mai.

 

  • Per concludere, scegli uno tra i tuoi aforismi per salutarci…
  • Ne scelgo uno che secondo me racchiude l’essenza di tutta la mia storia: possiamo ustionarci col ghiaccio o ridere fino a piangere. Qualsiasi cosa diventa il proprio opposto, se la spingete oltre il limite.  

 

Ora, se vi abbiamo incuriositi, andate a leggere questo romanzo. Che aspettate!

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