Care Peccatrici, amanti dei plot twist scritti con l’inchiostro simpatico, bentrovate! Prego, accomodatevi nel mio comodo salottino qui a Babilonia.
Chiudiamo i tendaggi, spegniamo le candele e lasciate che vi bisbigli all’orecchio questa storia: “L’uomo che non ero io” di Nazarena De Angelis, che ringrazio per la copia concessa e la collaborazione.
Ma perché ve la devo sussurrare all’orecchio, direte Voi? Beh perché questa, mie eretiche peccatrici, non è una storia che semplicemente narra di un mistero. È una storia astuta, che si veste della toga dell’affabulazione, che vi lascia credere di aver capito tutto e poi, con la spietatezza di Shonda Rymes quando ti fa morire il tuo personaggio preferito, ti tira via la sedia da sotto le terga. E voi cadete. Sempre con babilonese dignità, ovvio.
Già la partenza è decisamente nelle mie corde eretiche, meglio di uno Stradivari, perché, come immagino abbiate ormai capito, ho sempre avuto un certo feeling con le vicende sentimentalmente bonificate come una palude.
La storia, infatti, comincia con un’assenza. Se Wilkie Collins, in un rigurgito futuristico e distopico, invece che tra merletti vittoriani e carrozze, avesse deciso di trascinare “La donna in bianco” nella Roma degli anni nostri, il risultato avrebbe potuto avere qualcosa dell’elegante suspence di questo romanzo. L’assenza è quella di Davide, scomparso tre anni prima a seguito di un incidente aereo. Anna, la sua inconsolabile vedova, vive, da quel terribile giorno, in uno stato di catatonia emotiva, in un silenzio ovattato da infinite domande senza risposta. Uno stato di ibernazione sentimentale che la fa semplicemente sopravvivere.
Poi, una sera, Anna va a cena in un ristorante qualunque e la realtà si sfalda davanti ai suoi occhi. Perché nelle sue iridi si imprime un volto che è l’esatta, spiccicata fotocopia del suo Davide. Solo che l’uomo non è Davide. Si chiama Claudio.
E adesso, mie intriganti eretiche, indossate pure il trench e il deerstalker di Sherlock Holmes, perché, da questo momento in poi, la verità assumerà i contorni dello specchio frantumato da Grimilde dopo l’ultimo “Chi è la più bella del reame?”.
Anna è convinta, al di là di ogni ragionevole dubbio, che quest’uomo misterioso sia Davide. E Claudio? Parliamone. Da peccatrice mi confesso senza il minimo pentimento. Io davanti all’eroe lustro e illustrato, moralmente irreprensibile e con tutte le skills emotive funzionanti ed attive, tendo ad avere l’entusiasmo dei miei studenti davanti a una lezione di economia politica. Datemi invece un uomo ferito. Datemi cicatrici, vere o metaforiche, disagi, traumi e qualche problema psicologico e sono felice. Tutto sommato sono una donna semplice!
Claudio, in questo senso, soddisfa tutti i miei elevatissimi standard di lacrime e sangue.
È un sopravvissuto (non vi dirò a cosa), porta sul corpo la geografia del suo dolore, non ricorda nulla del proprio passato e, come se non bastasse, possiede quella vena incazzosa che si doma con una carezza e che lo rende una deliziosa contraddizione in termini. Insomma l’uomo perfetto! Claudio non vuole essere Davide. Non vuole neanche sostituire Davide. Non è disposto a diventare la protesi emotiva di una donna che vede in lui il fantasma del marito perduto. Anna, poi, è un’altra storia. Lei soffre, dubita, ha paura anche, ma soprattutto indaga. Cerca. E io amo le donne pragmatiche, che, davanti a un dubbio, non aspettano il consulto dell’oracolo di Delfi o si mettono a pettinare le bambole, ma si industriano, cercano, brigano. La domanda che vorresti porle per tutto il romanzo è “Credi davvero di sapere chi è quest’uomo?”.
Non vi dirò altro.
Sono eretica, mi piace sedurvi con la mia recensione, non assassinare il colpo di scena.
“L’uomo che non ero io” è narrato in terza persona focalizzata. Lo stile è chirurgico, rigoroso, da report, quasi “burocratico”. Nazarena De Angelis padroneggia la materia forense con la precisione di un anatomopatologo. Ogni deduzione e ogni indizio rispondono ad una precisa logica. Ogni dettaglio ha il proprio posto. E quando tirate un sospiro di sollievo perché pensate di aver squarciato il velo di Maya sulla verità… l’autrice vi fa uno sgambetto e scivolerete su un pavimento di specchi, dentro un labirinto dove il Minotauro non vuole mangiarvi, ma porvi una domanda non meno feroce: Da cosa è data la nostra identità? Dai nostri ricordi? Dal nostro aspetto? Dal nome che ci viene imposto? Oppure siamo qualcosa che racchiude tutto questo e allo stesso tempo va oltre?
Sta a Voi trovare la risposta. Insieme al Minotauro.
Sempre Ereticamente Vostra,
Rosy
Per questa recensione è stata utilizzata una pericolosa AI: RosEI




