Mie care Peccatrici, inguaribili brocanteurs di storie che prendono la forma di tatuaggi segreti, bentrovate. Lasciate che vi offra un bel caffè napoletano (qui a Babilonia beviamo solo il caffè del Professore, soffriamo un po’ di snobbismo caffeino) e parliamo di “Mal di gioia” di Francesco Reginella, che ringrazio per la copia ricevuta e la collaborazione.
Dunque mie adorate, concedetemi di sedermi nel nostro confessionale eretico, indossate Voi la veste talare e raccogliete la mia sommessa confessione: questa volta il viaggio letterario non è stato un galoppo sfrenato, criniera al vento, zoccoli battenti come tamburi di guerra verso la gloria, ma un trotto regolare, elegante nella postura e disciplinato nell’andatura. Insomma un passo più da contemplazione che da conquista. E benchè a me piaccia perdermi nei labirinti emotivi, non sempre scatta quella scintilla che mi permette di trovare l’uscita. E con Mal di gioia, purtroppo, quella scintilla per me è rimasta piuttosto timida.
Al centro della storia troviamo Michele e Leonardo, due giovani uomini che si avvicinano all’amore portandosi dietro paure, fragilità e modi differenti di affrontare ciò che sentono. Il loro rapporto si sviluppa tra la scoperta dei sentimenti, la difficoltà di esporsi, il bisogno di essere accolti e la ricerca di uno spazio nel quale poter essere se stessi senza dover continuamente fare i conti con il giudizio altrui.
Leonardo è chiamato a confrontarsi con le proprie convinzioni e a combattere con la paura di chiamare ad alta voce ciò che sente.
Michele, invece, porta con sé una fragilità che si manifesta anche nel rapporto con il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Il bisogno di controllo, l’angoscia legata ai pensieri intrusivi ci restituiscono una dimensione concreta della sua vulnerabilità.
Il loro legame diventa così uno spazio di conforto, ascolto e condivisione. Ma l’amore, per quanto possa offrire sostegno, non è una bacchetta magica tra le mani di Merlino e, pur volendo, non possiamo delegare ad altri il compito zelante di renderci sempre felici.
Lo stesso titolo, “Mal di gioia”, è un ossimoro suggestivo: la possibilità che la felicità porti con sé anche la paura di perderla. E in questa contraddizione emotiva ritroviamo la fragilità dei protagonisti e il loro bisogno di fidarsi e affidarsi.
Tuttavia mie comprensive Peccatrici, pur riconoscendo la delicatezza delle tematiche affrontate, non sono riuscita a entrare davvero in sintonia con i protagonisti. Il mio cuore è rimasto in platea. Ho fatto fatica a lasciarmi coinvolgere dalle loro vicende e a sentire quella curiosità che ti spinge a voltare pagina non tanto per sapere che cosa accadrà, quanto perché hai bisogno di restare ancora un po’ accanto ai personaggi e nella storia.
Ma questo, mie delicate Peccatrici, non significa che il romanzo non possa parlare diversamente a Voi. La sensibilità con cui ciascun* si avvicina a una storia è unica e personale, e ciò che per qualcun* rappresenta un racconto intimo e rassicurante per altr* può risultare meno impattante. Non esiste una regola universale per stabilire quale storia debba emozionarci, così come non esiste l’obbligo di innamorarsi di ogni coppia letteraria che ci viene rappresentata. Anche perchè, rischieremmo l’infarto letterario se dovessimo provare batticuori a ogni giro di pagina!
Questa volta, mie amate, il mio cuore ha ascoltato con attenzione, ha annuito per convinzione ma, alla fine, è rimasto lì dov’era.
Con eretico affetto,
Rosy




