DOPPIA RECENSIONE DI ROSY & MOIRA
******ROSY******
Buon venerdì e bentrovate mie diversamente giovani Peccatrici, gagliarde esponenti della sempreverde Generazione X. Lo sapete che con la patente babilonese posso guidare anche una macchina del tempo? Perciò mettetevi comode e indossate il casco, perchè oggi, insieme ad una compagna di viaggio d’eccezione, mio spirito guida, nonché voce del GPS (perché come dà le indicazioni lei neanche Google Maps), Vi accompagnerò in una lunga traversata sul viale dei ricordi. Questo bolide cartaceo, che a velocità fotonica vi trasporterà negli anni 2000, è “Quello che ci unisce”, secondo volume della serie “Un rumore di accendino” di Vivienne Prati, che ringraziamo per la copia e la collaborazione. Allora Moira siamo pronte? Lei mi dirà: Siamo nate pronte! Noi siamo le sopravvissute all’epoca dei 160 caratteri di un SMS per far squaqquariare un cuore malato; quelle che ascoltavano CD mixed by Erry, sparati a volume che avrebbero fatto impallidire le trombe di Gerico; quelle che nascondevano tra le tette le sigarette da fumare di nascosto e tenevano insieme i pezzi dell’indistruttibile Nokia 3310 con lo scotch. Quando la batteria dello StarTac durava di più delle nostre storie d’amore e le più efficaci sedute di psicoanalisi le facevamo nei bagni della scuola, sedute a terra con la bidella (sorry collaboratrice scolastica) che teneva il tempo della sessione con energiche percussioni sulla porta che manco Tullio De Piscopo (Moira mi suggerisce John Bonham, ma la recensione è mia, quindi consentitemi il campanilismo!). È in questo spazio temporale, fatto di adolescenza, cotte e amicizia che si incontrano e scontrano (ma non è un giorno di pioggia e non sono presenti né bimbi riccioluti né gatti arancioni) Alex e Laura. Alex, bad boy senza troppa convinzione e malessere di facciata, nasconde sotto la felpa una fragilità che il suo charme non riesce a celare. Perché crescere, si sa, è come partecipare ad una sciarada, dove devi interpretare tutte le parti senza conoscerne la soluzione: il bello e dannato, il cinico, quello che non si lega, quello che scherza su tutto per non rischiare di far vedere le sue ferite emotive. Alex indossa questo guardaroba di ruoli con la disinvoltura di un modello alla fashion week dell’esistenza. Peccato che, sotto gli innumerevoli outfit, ci sia un ragazzo che porta dentro di sé un dolore che non ha mai processato, ma che ha semplicemente chiuso nella custodia di una chitarra. Laura, invece, per evitare le ferite sceglie di scomparire prima ancora di essere vista. In una famiglia dove l’affetto è una concessione estemporanea e la gratificazione da parte dei genitori un lusso fuori bilancio, Laura impara l’insicurezza di sé con la ferrea disciplina di un Marine di stanza a Guantanamo. Con una madre giudicante e un padre silente, lei matura la convinzione che ogni gesto d’affetto sia un premio da meritare e la sua presenza nella vita altrui una mera comparsata, che può essere cancellata in qualsivoglia momento dallo sceneggiatore dello spettacolo, senza che manco nessuno se ne accorga. Ma invece Alex LA VEDE. Lui resta fulminato sulla Via per Mantova; lei, però, ha ottime ragioni per diffidare del belloccio che le capita davanti. Ma, mie studiose Peccatrici, in fisica due poli opposti si attraggono. Alex cerca in Laura una tregua da sé stesso; Laura teme che lasciarsi avvicinare da lui significhi ricevere una porta sbattuta in faccia. Lui tende a cercare una presenza capace di placare il tumulto interiore, lei porta nello zaino la sindrome della ruota di scorta. E’ per questo che il percorso che dovranno compiere, mie comprensive Peccatrici, non è la solita partita di pallavolo con lanci e rilanci di “vorrei ma non posso”, ma una vera e propria scalata della montagna di fragilità e insicurezze che entrambi hanno sul proprio cammino. Perché, converrete sicuramente con me, mie giudiziose Peccatrici, anche la devozione più sincera, quando nasce come placebo del dolore, può diventare una gabbia con le pareti tappezzate di velluto e, per essere amati, non serve esibire un certificato di idoneità sentimentale o trasformarsi in bombole d’ossigeno da tenere sempre a portata di mano, come se una relazione fosse una sala di Pronto Soccorso.
Durante questa loro scalata però, Alex e Laura non saranno soli. Intorno a loro ritroveremo la compagnia di adolescenti che abbiamo conosciuto e adorato (giù le mani da MaMi che è già preso, vero Moira?) in “Quello che ci divide”: Fabriziotitengod’occhioRovighi, DavidegoldenboyDucati, Fren, Nina e Carlotta (io la lovvo sallatelo), Federico, Irene e Ritz (su cui Vivienne già sa). La Prati, ci racconta che l’amicizia non è una platea in cui accomodarsi mentre i due protagonisti si scambiano drammi e promesse e frasi ad effetto pronunciate con enfasi da Oscar, ma, parafrasando Daniel Pennac, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E non importa se c’è chi suona il piccolo triangolo che fa soltanto tintin o lo scacciapensieri che fa soltanto boing boing. La cosa importante è che ognuno lo faccia al momento giusto e al meglio delle proprie possibilità. “Quello che ci unisce”, mie sensibili Peccatrici, è la storia di ragazzi, non solo di Alex e Laura, che cercano nell’altro una risposta a domande che, prima o poi, dovranno imparare a rivolgere alla persona che vedranno, domani, riflessa nello specchio e che impareranno che la cosa più rivoluzionaria non è trovare qualcuno che ci salvi, ma smettere di credere di dover essere salvati per meritare di essere amati.
Ecco mie nostalgiche Peccatrici, il viaggio è terminato. Potete togliere i caschi. Ma potete restare ancora un po’ con noi. Moira ed io metteremo un po’ di musica dei primi anni Duemila (sulla scelta della playlist vincerà lei sappiatelo). Ma quando la musica smetterà sentirete un click. Non vi impressionate… sarà solo “il rumore di un accendino”.
Collettivamente eretiche
Moira e Rosy
****** MOIRA ******
Buongiorno Peccatrici,
io e Rosy ci siamo guardate in faccia e ci siamo dette: “si va in due sulla Ducati nera tra le strade di Mantova, a scuola, a casa con Alex e Laura e anche in vacanza”. E di una cosa siamo consapevoli: alla prima impennata, al Pronto Soccorso ci fanno passare per prime.
Avendomi preceduta nella recensione, saprete già in terra di Babilonia cosa può aver detto e quale onda anomala può aver cavalcato per “QUELLO CHE CI UNISCE – La storia di Alex e Laura” che in sostanza fa collidere anche noi due che all’unanimità confermiamo il gran lavoro fatto da Vivienne Prati.
L’autrice esordiva nel circuito romance con il primo volume della serie “Un rumore di accendino” in cui c’era già del materiale inconsueto e apprezzabile, degli ottimi spunti e dei riferimenti davvero interessanti, ma sapeva che la salita non sarebbe stata semplice. Le lettrici iniziavano ad avere delle aspettative, chiedevano una spinta maggiore e una maturità autoriale più incisiva.
Beh, la Prati non ci ha messo molto a fare un salto in avanti, anzi, direi in alto perché questa è veramente una bella storia da leggere e da vivere insieme ai protagonisti.
Se di primo acchito “Giova” appare come il bello e irraggiungibile che le ragazze inseguono manco fossero cani col tartufo, capirete da sole e presto che è un cliché da scartare quasi subito; stessa cosa per Laura che è sì una secchiona insicura e invisibile, ma la sua parabola e maturazione sarà un processo lungo tutto il romanzo. Per questo funziona.
Con naturalezza sono tornata ai miei anni delle superiori e all’ingresso nel mondo dei grandi: non sono stata una Laura (per fortuna, aggiungerei), ma credo che qualche Alex l’ho conosciuto e magari anche con gli analoghi traumi e mutismo. La complicità con le amiche, le paranoie sentimentali, qualche slancio ribelle, “varie ed eventuali” e qualche ritrosia le ho avute anch’io. Ma questa era la parte più comune e ordinaria nella travagliata e anarchica fase dell’adolescenza.
Alex e Laura mostrano le quotidiane insicurezze, le accelerazioni dei battiti e l’inizio di un legame che corre su una linea anagrafica non ancora matura e non a fuoco, ma che dietro questo cellophane di apparente normalità, sopportano pesi che perfino un adulto faticherebbe a reggere. Chiariamolo subito: non sono due agonizzanti alla deriva, non sono due pantomime messe sul palcoscenico per strappare una lacrima o figli di Madre Coraggio. Tutt’altro.
Chi sta cercando l’uscita dal labirinto dovrà imparare a trovarla da solo, sbagliando e risbagliando, arrabbiandosi, scoraggiandosi e soffrire: qui vincerà lo spirito di autoconservazione, la perseveranza nel trovare soluzioni anziché alimentare i problemi e la volontà di metabolizzare una drammatica ferita emotiva.
Vivienne Prati è la dimostrazione tangibile che dalle incertezze e acerbità di un esordio – che resta valido sia ben chiaro – si possono trovare gli stimoli e le recettività giuste per avanzare anziché retrocedere nella scrittura e questo volume ne è la prova. Arriva a tutte le componenti di un angst, di un second chance, di quelle che sono le good vibes e quei lati vulnerabili che mischiano amarezza e dolcezza in una combo perfetta. Per “QUELLO CHE CI UNISCE” è andata poi a preparare una playlist da urlo, pienamente in linea con questo romanzo e i suoi contrasti.
Ho il vago presentimento che nel terzo volume Rosy e io saremo ancora a Mantova: Sis, hai già deciso dove potremmo pranzare senza fare danni?
Buona lettura Peccatrici, alla prossima.
Moira & Rosy




