Buon sabato, mie intriganti Peccatrici, adultere per vocazione, meretrici per diletto, e Babilonesi per ius legendi.
Oggi diamo il benvenuto tra noi ad una guest star d’eccezione: Livia Morgante, protagonista di “Estate e Cenere” di Giorgio Manenti, che ringrazio per la fiducia e la copia concessa. Livia entra trionfalmente a Babilonia, sic et simpliciter, portando in dono un bel peccato succulento, servito su un vassoio d’argento con contorno di ritorno di fiamma. Non vi aspettate nessuna pezza da romance per rattoppare una morale da famiglia del Mulino Bianco. Qui i Mulini hanno chiuso e di bianco troverete solo qualche capello sfuggito alla tintura. Quella che doveva essere per Livia, quarantatreenne torinese, una trasferta di lavoro a Berlino, con annessa serata tra colleghi, si rivela una réunion di vecchi amici, che riesuma il suo passato nella danza e il suo tormentato amore di gioventù, Stefano. Come Alice, che seguendo il Bianconiglio si ritrova nel Paese delle Meraviglie, così lei, attraverso il ballo, precipita nel territorio insidioso dei ricordi e dei “E se invece”. In questa psichedelica notte berlinese, il tempo è scandito da un orologio anarchico, le ore sembrano sospendere l’identità che Livia si era costruita e lo ieri si confonde con l’oggi. Improvvisamente tutto quello che aveva accuratamente sepolto, la sua vecchia vita, i suoi sogni, i suoi desideri, la travolge, restituendole le vestigia di una ragazza che, a conti fatti, non è riuscita a pacificarsi del tutto con ciò che ha scelto di lasciare indietro. Livia, su questo palcoscenico bohemien da Moulin Rouge, recita tutti i ruoli: vittima e aguzzina, accusa e difesa in un processo senza garanzia di imparzialità. Ma la vexata quaestio, mie puntigliose Peccatrici, non è stabilire se Livia meriti il perdono o la lettera scarlatta. E’ capire quale magma il suo comportamento porti in superficie, quali verità scomode si affaccino dal cratere delle sue scelte.
Perché la vita può essere una casa perfettamente in ordine, con i vetri specchiati, i pavimenti brillanti e nondimeno nascondere polvere sotto i tappeti e ragnatele nei sottoscala. Si può avere una famiglia, un lavoro, una relazione costruita con la pazienza di una ricamatrice di Cantù e continuare a celare una parte di sé, che si sceglie di nascondere in fondo all’armadio, come un abito che non abbiamo più il coraggio di indossare. Si diventa, con la maturità, responsabili e ragionevoli. Poi, un giorno all’improvviso, ricompare uno Stefano e allora arrivederci e tante care cose!
Ora però voglio conoscere Andrea. Perché se da un lato mi sono stata sedotta dalle contraddizioni di Livia (non tanto da Stefano, ad onor del vero), ora vorrei capire che cosa accadrà quando rientrerà nella quotidianità che conosce, quando e se le conseguenze delle sue scelte busseranno alla porta, impazienti come un ufficiale giudiziario.
Perché, mie pervicaci Peccatrici, Estate e Cenere per me è stato soprattutto una domanda: quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi per custodire la vita che abbiamo costruito?
Non so se Livia troverà le risposte che cerca. So che, alla fine della lettura, avevo voglia di continuare a interrogarla, come faccio con un teste avverso quando so che ha ancora molto da confessare.
Perché la notte finisce con il sorgere del sole, ma non tutte le ombre hanno intenzione di ritirarsi sotto il letto. Alcune rimangono con noi, nascoste negli anfratti della nostra coscienza, finché non troviamo il coraggio di guardarle dritte negli occhi.
La seduta si aggiorna con il secondo volume, mie implacabili peccatrici: alla prossima indossate quell’abito nascosto e lasciate a casa i pregiudizi.
Vi auguro stanotte meravigliosi sogni babilonesi
Rosy




