DOPPIA RECENSIONE DI ROSY & MOIRA
- ROSY
Bentornate mie argute Peccatrici dai palati viziati di gaudenti raffinati, alchimiste dell’inchiostro e fascinose domatrici di cubi di Rubik umani!
Moira ed io quest’oggi abbiamo lasciato il nostro frivolo boudoir letterario e le nostre amene disquisizioni sui peccati librosi altrui, per avventurarci in un luogo impervio, per un invito al cui RSVP non potevamo esimerci. Nel mezzo del cammin di nostra librosa vita, ci siam trovate… in un Hotel fuori dal tempo, con un cancello in ferro battuto che si apre su un giardino dimenticato, con rovi e spine, illuminato dalla fioca luce crepuscolare. Un luogo che profuma vagamente del Quinto Canto dell’Inferno (o di un Club Privè, ca va sans dire), sospeso tra due mondi, in cui due innamorati continuano a sussurrarsi parole d’amore e dove la morte non ha avuto le risorse per interrompere una passione. I due amanti non sono Paolo e Francesca. E nemmeno Orfeo ed Euridice.
Chi sono? Eh no, mie precipitose Peccatrici. Il cammino è lungo. Ma non vi promettiamo che, una volta iniziato, guarderete l’amore con gli stessi occhi. Ad accoglierci, dicevamo, Felicita Malinverni, moglie defunta ma mai estinta, di Guelfo Importuni, protagonista di SOLO, quarto capitolo della serie Gli Irripetibili di Gioia Donati, che ringraziamo per averci scelte per la collaborazione. “Lasciate ogne speranza, voi che leggete” mie care. Felicita non ci ha convocate per una gita nei gironi infernali, benché due babilonesi come noi non disdegnerebbero le assai discutibili frequentazioni. Lei è stata la nostra Virgilio in un viaggio alla ricerca, insieme al Guelfo fuggiasco, dell’amor “che move il sole e l’altre stelle”.
Però un’avvertenza: non vi parleremo né della trama, e non spunteremo la check list dei motivi per cui leggerlo: se è questo che cercate restate a terra. Ordunque, davanti a noi sono comparse tre fiere: memoria, desiderio e fedeltà. Il nostro Caronte traghettatore è stata la Verità, che ha richiesto un’unica moneta di scambio: l’onestà delle intenzioni. Perchè La verità in SOLO si toglie le scarpette da ballo e cammina scalza tra le pagine. E può graffiare, può essere sgradita, si lascia fraintendere e, con la puntualità dell’Agenzia delle Entrate, presenta il conto a chi non può pagare. Ma non è mai consolatoria. Ti taglia il cuore a pezzettini e poi te lo rimette insieme, senza la colla delle bugie. E il nostro Guelfo le bugie non se e ce le racconta. Perché è un cerebrale, un penalista di razza, un padre di cinque rampolli: uno che maneggia le parole come un bisturi, che soppesa i sentimenti come gioielli di famiglia, che scandisce le responsabilità come un orologio svizzero.
La morte dell’amore della sua vita, gli ha lasciato un vuoto che non prevede una sentenza di non luogo a procedere. Per Guelfo, mie attente Peccatrici, amare Felicita è un verbo che si coniuga in un solo tempo. La continuità. E si declina con desinenze diverse: desiderio, comprensione, attenzione, cura, costanza, affinità. Radici, respiro, mente, cuore. Per Guelfo amare Felicita è un motivo. L’unico essenziale per sentirsi vivo. Perché lei non è semplicemente entrata nella sua vita, ma nella sua natura. Lui, a differenza di Orfeo, non sfida la morte per riportarla indietro, ma continua a vivere imponendosi di non voltarsi, nel tentativo di conservare intatta un’illusione, come se bastasse un ultimo canto perché la morte restituisca ciò che ha preso. Felicita, in questa una lectio magistralis, impartita senza cattedra e senza dispense, è una voce vivace, irriverente, sarcastica, capace di osservare il mondo dei vivi con quell’ironia corrosiva che neppure la morte ha saputo mettere a tacere. E’ la spezia segreta che salva la pietanza dal rischio di indigestione emotiva.
A mettere in discussione la religione di Guelfo della mancanza, interviene Fiamma, P.M. palermitana, con cui inizia una relazione fatta di provocazione e di schermaglie intellettuali ed erotiche, in cui nessuno dei due è disposto a cedere il privilegio, o la condanna, di essere vulnerabile per primo. È una partita a scacchi scivolosi come il sapone tra Valmont e Madame de Merteuil, dove la posta in gioco, è molto più alta di quanto siano disposti a confessare. Quanto è lecito amare chi, almeno in parte, non smetterà mai di appartenere ad una memoria? Gioia Donati con SOLO non si presta al gioco, troppo facile, di stabilire chi abbia più diritto di essere amata e chi debba accontentarsi del ruolo di comparsa dimenticata. Ci sbatte davanti una delle verità più paurose della letteratura: ci sono persone che non si incontrano per amarsi, ma perché sono state, da sempre, la stessa cosa. Come se si appartenessero da prima del primo incontro e continuassero ad appartenersi oltre l’ultimo addio, e il tempo scopre di non avere alcun potere su ciò che è nato prima ancora di se stesso.
E alla Donati non interessa trovare l’esorcismo letterario a quest’incantesimo.
Mie Pervicaci Peccatici, che siete arrivate alla fine del viaggio, tenetevi pure strette le vostre certezze, se proprio ci tenete. Dante alla fine del viaggio è riuscito a vedere l’amor che move il sole e le altre stelle perché non ha avuto paura di guardare in faccia la verità. Gioia Donati lo ha fatto perché ha avuto il coraggio letterario di scrivere che non sempre amare significa poter restare, non sempre ricordare significa tradire il presente, non sempre ciò che finisce smette davvero di esistere. E voi?
Ineluttabilmente vostre Moira & Rosy.
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- MOIRA
Riapre il Club Babilonia care Peccatrici,
e no che non abbiamo studiato la sceneggiatura di queste due recensioni: siamo delle improvvisatrici che prima ponderano attentamente le parole e poi tanto sanno che reciteranno a soggetto mosse dal momento, dall’intuizione, dalle visioni più o meno paranormali, parlando da sole e rispondendoci pure.
Non ho idea di cosa abbia escogitato l’Eretica Babilonese nella sua, ma tanto ne condividiamo certamente la sostanza: “SOLO” è un romanzo che non ha bisogno di tifo da stadio, esaltazioni, abbindolamenti, confettura di albicocche e nastrini colorati per invitarvi alla lettura.
Dopo 3 volumi nel GioiaVerso, sono ormai all’ultimo stadio dell’imbalsamazione, della lobotomizzazione e assuefatta a un linguaggio espressivo unico che stare qui a raccontare la rava e la fava sul romanzo in questione, mi parrebbe anche una circonvenzione di lettore. Figuriamoci se potrei mai indossare una toga e fare un’arringa difensiva. Io no, ma una donna capace di farla c’è.
Si chiamava Tina Lagostena Bassi (1926 – 2008) ed era una penalista italiana. Ha dedicato la sua carriera alla difesa delle donne oggetto di violenze e che avrebbe portato una rivoluzione nell’ambiente forense. Non mirava solo alla condanna dei responsabili, ma anche a come le vittime venivano trattate e percepite durante i processi, aprendo una nuova via a livello morale e giuridico. Ora, perché tirare in ballo questa avvocata e il suo modus operandi con “SOLO”?
Perché la Donati fa esattamente la stessa cosa: porta il dibattimento non solo sul piano di una ‘giustizia’ possibilista per chi patisce un lutto, ma a come considerare Guelfo Importuni nella convivenza con l’assente presenza della sua defunta moglie e la vita quotidiana, pubblica e privata. E se la famosa giurista poteva essere definita un’innovatrice, una battagliera, lo è sicuramente anche questa autrice per la tenacia con cui ha condotto l’intero impianto narrativo.
Gioia non sceglie la via dell’autocommiserazione, del vittimismo, del “bevo per dimenticare” o della chiusura dei pantaloni – anche perché quest’uomo di Legge non è che passi tutte le notti a giocare a Forza Quattro – ma mette l’accento su una realtà inconfutabile: lui è innamorato della moglie. Tempo presente, non passato.
Il loro legame oltrepassa il concetto di sinergia e complicità e per comprendere Guelfo bisogna essere dentro di lui. E per tradurlo come papabile compagno di vita, bisogna conoscere Felicita.
C’è genialità, ma anche razionalità e verismo nell’affrontare un tema così drammatico ma – ahimè – prevedibile come la morte, il patteggiamento con i ricordi, una figura che non sbiadisce e mantenere la propria identità. È un itinerario sorprendente sotto alcuni aspetti, permeato di amara dolcezza in altri e anche con delle prove inattaccabili coerenti con la caratura dei protagonisti.
Il nostro avvocato non trascina la vita per inerzia, ma colui che è abituato a governare le situazioni, basate più sulla ragione che sull’istinto, si trova nell’incapacità di telecomandare le emozioni e scostarsi dalla soglia di un certo immobilismo sentimentale. Il suo calendario relazionale risponde alle logiche dell’attrazione e dell’onestà intellettuale, ma il resto?
Esiste una chance con la PM siciliana, sua antagonista nelle aule di Tribunale (eh sì, è anche un legal con tutti i crismi): Fiamma Lo Piccolo, coprotagonista di questa liaison ondivaga e clandestina. A me lei è piaciuta molto e le ho concesso le attenuanti del caso, ha alibi attendibili anche se non inoppugnabili e forse inserirsi e accomodarsi nell’ipertrofia delle complessità di Guelfo non è detto che porti a un’assoluzione oltre ogni ragionevole dubbio. La palermitana invoca norme legislative che lui non ha mai ratificato: sarà una lunga contesa da seguire fino alla fine.
“SOLO” non è solamente il IV volume di una monumentale serie ambientata in Italia, è quasi come seguire la programmazione di un serial, ma sentendolo sempre più vicino, familiare, cameratesco. Gli Irripetibili non sono “personaggi”, ma uomini, donne, circostanze e accadimenti che ti inducono ad entrare nella “cricca”. Impossibile non accettare l’invito.
Tornando alla Lagostena Bassi: molte la ricorderanno come volto molto popolare e amato come giudice di Forum, riscuotendo un grande consenso di pubblico e di critica. Ecco, io e Rosy auspichiamo lo stesso successo a Gioia Donati. Anzi no, non lo speriamo. Sappiamo che accadrà.
Da Babilonia è tutto, buona lettura Peccatrici.
Moira&Rosy




